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Jugoslavia

1992. La guerra nei Balcani era al suo apice, quella che era stata la Jugoslavia si stava lacerando in un conflitto drammatico, proprio nel cuore dell’Europa. All’epoca ero attivista in una rete di associazioni pacifiste a Padova, che univa realtà del mondo cattolico e di sinistra. Le associazioni cercavano, senza troppo successo, di prendere iniziative per fermare quello che era un massacro ed un genocidio. Da poco ero tornata da Bratislava, un convegno di associazioni europee dove conobbi un affranto Alexander Langer, che pochi anni dopo si sarebbe tolto la vita per un senso di sconfitta rispetto alle battaglie di una vita. È in questo contesto che riuscimmo ad organizzare un camion di aiuti umanitari da portare alle popolazioni martoriate della Serbia, stremate da guerra, embargo e dittatura. Partimmo da Padova con un carico di pannolini, medicinali, coperte, scarpe e altri generi di prima necessità. Il nostro piccolo convoglio era costituito da un camion, sul quale viaggiavo assieme all’autista, ed una macchina con altre tre persone a bordo che ci seguiva. Una grande scritta “Humanitaria Pomoc” e le insegne dell’ONU erano state messe sulle fiancate del camion. La prima tappa fu la dogana di Fernetti, a Trieste. Una lunga trafila di controlli, con il finanziere che quasi si arrabbiò con me perché i documenti che avevo ricevuto da Ginevra erano solo in inglese e francese, lingue che lui non capiva. “Ma sono documenti ufficiali ONU”, gli feci notare. “Li solleciti in italiano, la prossima volta”, mi rispose… Passata la dogana di Fernetti, ci avviamo verso il confine con l’Ungheria. La strada più breve sarebbe stata passando da Croazia e Bosnia, ma ovviamente non era possibile. L’ingresso in Ungheria fu meno faticoso, e la prima notte ci fermammo a dormire sul lago Balaton. Il mattino seguente riprendemmo la strada, fino ad arrivare al confine con la Serbia. Una coda interminabile di macchine, lunga chilometri. Grazie al nostro carico, ci fu possibile passare oltre, ma l’auto al seguito fu fermata ed i passaporti dei tre passeggeri sequestrati. Ci fu una lunga trattativa con la polizia, che si concluse con una sorta di multa da pagarsi in fiorini ungheresi. Dovetti andare a cambiare i dollari in una lavanderia cinese sul confine, che fungeva da ufficio cambi. Finalmente arrivammo in dogana. Iniziò un’altra trafila che durò circa 8 ore. Nessuno sembrava voler controllare il carico e darci il visto di ingresso. Fu solo grazie a 50 dollari inseriti nella pratica che riuscii a sbloccare la situazione, e finalmente potemmo entrare in Serbia, con 12 ore di ritardo sul previsto. Bastava fare solo pochi metri per capire che si stava in un Paese in guerra: dai venditori di benzina abusivi (facevano avanti e indietro con le taniche tra Serbia e Ungheria per poterle riempire) ai continui posti di blocco, il panorama era quello di un Paese in guerra. La nostra prima tappa era Novi Sad, primo scarico alla locale Croce Rossa. Arrivammo a mezzanotte, durante il black out dovuto al programma di risparmio energetico. La città era completamente al buio. Niente luci dei lampioni, niente semafori, niente insegne dei negozi. Solo buio. E talvolta la fioca luce di una candela che si intravedeva dalla finestra di una casa. In croce rossa ci aspettavano preoccupati. Avevamo avuto difficoltà a comunicare con l’ambasciata in Ungheria, dopo di che non avevamo più avuto modo di farci sentire. Ci accolsero in maniera fantastica, offrendoci quello che avevano, cioè Sliwowitz e uova. Al mattino una quarantina di bimbi orfani di guerra scaricò con una carica di allegria impressionante ciò che avevamo portato per loro, un ricordo indelebile. Ripartimmo poi alla volta di Aleksinac, destinazione l’ospedale. Stessa accoglienza che a Novi Sad, passando la serata a sentire racconti di una guerra che li stava annientando. Quello stesso ospedale sarà bombardato per errore dalle forze NATO nel 1999. Era pieno di gente. Il giorno seguente partimmo per l’ultima tappa del nostro viaggio, Belgrado. Dovevamo incontrare le Donne in Nero, un’associazione clandestina di donne che si opponeva alla guerra in corso. Il camion ci abbandonò proseguendo il suo viaggio, e rimanemmo solo con l’auto. Lo scopo di questa tappa era raccogliere materiale (libri, studi e ricerche) che le Donne in Nero avevano stampato clandestinamente in uno scantinato (internet era una chimera, all’epoca). Il paradosso era che questo materiale era vietato in Serbia, ma allo stesso tempo era vietato esportarlo in quanto la Serbia era sottoposta ad embargo. Un cane che si mordeva la coda. Il nostro compito era portare questo materiale in Italia, e cercare di dare quanta più voce possibile a queste donne dissidenti. Caricammo la macchina cercando di camuffare il più possibile nel bagagliaio, mentre tenemmo due scatole di libri che volevamo aprire e nascondere alla meglio sotto i sedili. Decidemmo di fare questa operazione una volta partiti, ma prima di riuscirci fummo fermati da una pattuglia della polizia. Mollammo i libri per terra, coprendoli con le giacche e sperando che i poliziotti non se ne accorgessero. Andò bene. Per non rischiare di essere perquisiti durante il viaggio di ritorno e di farci sequestrare il materiale (temevamo soprattutto i controlli tra Slovenia ed Italia), decidemmo di allungare passando dall’Austria, bypassando la Slovenia, e rientrare in Italia dal confine di Tarvisio. Concordammo una storia plausibile di una breve vacanza in Austria da raccontare qualora ci fosse stata chiesta alla frontiera, ma non fu necessaria. Il viaggio andò bene e portammo a termine quanto ci eravamo prefissati. Ho voluto condividere oggi questo ricordo di viaggio perché sono passati solo 24 anni da quel viaggio. Oggi Slovenia, Croazia e Ungheria sono nell’Unione Europea e quei confini sono ormai solo un ricordo. Karadzic è stato condannato a marzo di quest’anno a 40 anni di carcere per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. E dopo aver vissuto l’assurdità di quei confini, aver gioito per il loro abbattimento, oggi, a sentir parlare di nuove barriere, mi si gela il sangue Stefania Gender
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