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Euro sì? Euro no?

Il dibattito di quest’ennesima, perenne campagna elettorale si è spostato sull’euro, come se questo fosse la causa di tutti i mali dell’economia italiana. Non è così. Possiamo dire che l’Unione Europea, così com’è, non è come potrebbe essere, troppo arzigogolata e burocratica, ma non possiamo imputare le colpe alla moneta, perché questa non è altro che uno strumento. E questi ultimi funzionano finchè sono in mani abili. Lascereste mai fare un’operazione chirurgica al primo che passa per strada? No? Perché? Semplicemente perché potrebbe non esserne qualificato. Il politico di turno tende ad incolpare l’euro per non dire che la colpa è di una classe politica distante, disattenta e troppo impegnata a parlare di legge elettorale, piuttosto che di legge per la concorrenza, la semplificazione, la sburocratizzazione, la revisione della spesa pubblica, investimenti. L’euro ci ha dato stabilità nei tassi di interesse sul debito pubblico e dalla sua introduzione sono stati risparmiati circa 700 miliardi di interessi. Dove sono finiti? In mancette elettorali e in promesse sciocche e inutili. Se avessimo investito nella digitalizzazione dei processi amministrativi e della sanità, dove saremmo? Se avessimo una infrastruttura in fibra ottica con un’elevata copertura, quante attività avrebbero aperto? Se avessimo messo un freno alla corruzione dilagante negli appalti, quali opere avremmo? Se avessimo meno aziende pubbliche con più amministratori che dipendenti, quanto risparmieremmo? Se avessimo investito nell’istruzione, pretendendo dei miglioramenti e dei target più elevati, quanti cervelli non sarebbero fuggiti? I cervelli in fuga sono enormi perdite per lo Stato. Sono investimenti che se ne vanno, perché dopo più di 20 anni passati nei vari livelli scolastici, queste persone portano i propri talenti altrove. Creano ricchezza altrove. E la ricerca sta alla base della creazione di ricchezza. Non possiamo parlare di “redistribuzione” se prima non ci occupiamo di “creazione” di ricchezza. I mancati investimenti sono colpa dell’euro? No, non credo. Sono imputabili, piuttosto, ad una classe dirigente che preferiva incrementare i livelli amministrativi pubblici per “creare posti di lavoro” (INUTILI), invece che dotare le strutture di strumenti all’avanguardia. Queste colpe non sono dell’euro. Sono della nostra classe politica.
Il politico di turno si autoassolve incolpando lo strumento. Non dicendovi, però, che lo strumento monetario non dovrebbe appartenere ai Governi, per poter garantire autonomia politica alla Banca Centrale. Per questo, in Italia si è provveduto al “divorzio” tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, momento in cui quest’ultima non ha più garantito l’acquisto dei titoli di stato invenduti alle aste. L’acquisto da parte della Banca centrale dei titoli è comunemente conosciuto come “stampare moneta” (ebbene sì, non esiste alcun omino che spande denaro a destra e a manca, ma passa dal sistema bancario!). L’eccessivo aumento della moneta in circolazione crea, però, iperinflazione. Semplificando molto la questione, se oggi con 10 comprate 10 chili di farina, con l’aumento del tasso di inflazione, domani, potreste comprarne solo 9 e così via. È ciò che in gergo si definisce “tassa da inflazione”, quindi la diminuzione del potere d’acquisto da parte dei consumatori, dovuta ad una decurtazione dei redditi reali. Ci sono Paesi, nel mondo, in cui il tasso di inflazione, ha raggiunto cifre astronomiche. Uno di questi è il Venezuela, in cui il tasso ha raggiunto il 475% (è solo una stima). Le persone, a causa della caduta del valore della moneta, utilizzano borse piene di banconote, che, però, valgono molto molto poco. Ed è crisi. Per questo l’obiettivo della Banca Centrale Europea è un’inflazione vicina, ma inferiore al 2%. Questo può garantire la stabilità dei prezzi e promuovere investimenti. Si parla (e accusa) spesso il cambio euro-lira ai tempi dell’introduzione della moneta unica, come se ci fosse stato imposto per ragioni oscure. Non è così. La ragione è, anzi, piuttosto semplice, in quanto i tassi furono fissati l’ultimo giorno del 1998, tramite il valore di mercato delle monete nazionali nei confronti dell’ecu (era un’unità di conto, un paniere di valute il cui valore, per esempio in termini di lire, era dato da una media ponderata di tuti i cambi bilaterali rispetto alla lira). Forse quando parliamo di lira, dimentichiamo i primi anni 90, con l’elevato debito pubblico, la perdita di competitività e un’incredibile instabilità politica, post-Tangentopoli. Se avessimo preteso politiche migliori, con un vero aggiustamento della spesa pubblica, forse oggi non staremmo così. Si pensa di tornare alla lira per svalutare e spingere le esportazioni. Eppure le eccellenze italiane hanno sempre esportato. Forse, però, dimentichiamo che siamo anche costretti ad importare. E se la lira vale meno, perché qualcuno vorrebbe svalutare, paghiamo di più. Ed importiamo beni di cui non possiamo fare a meno, quali le materie prime, visto che l’Italia non è particolarmente ricca da questo punto di vista. Importiamo grano, mais, soia, metalli, combustibili fossili. Perché invece di far leva sul prezzo, non puntiamo sulla qualità? Il Made in Italy è un marchio riconosciuto nel mondo, perché non dimostrare che possiamo richiedere prezzi più elevati a fronte di qualità e design senza pari? Perché vogliamo svenderci? Perché ci accontentiamo della soluzione più facile e a breve termine, invece di cercare risposte più profonde? La svalutazione funziona una volta, forse due, ma poi? Quanta ricchezza vogliamo vedere erosa con una moneta sempre più piccola in un mondo sempre più grande? In un contesto sempre più globalizzato (e se vogliamo esportare, non possiamo farne a meno), perché vogliamo diventare più piccoli e non pretendere qualcosa in più diventando più grandi? Dov’è il nostro orgoglio? La nostra dignità? Perché ci lasciamo convincere dal politico di turno che sia colpa di uno strumento, quando, invece, la responsabilità è di chi aveva degli strumenti diversi ma non ha saputo usarli?
La politica monetaria dipende dalla Banca centrale europea, è vero, ma ora questa è più che accomodante, con tassi bassissimi, che così rimarranno finchè sarà necessario.
Ma la politica fiscale (spesa pubblica e tributi) dipende dallo Stato. E se queste persone vogliono fare più debito, vi stanno dicendo che vi danno qualcosa oggi e ve lo toglieranno domani. Il deficit non è altro che un rinvio a domani, alle generazioni future, di una tassa in più, un accisa in più, un’imposta con un’aliquota un po’ più alta. Se è stato calcolato che passiamo 40 giorni all’anno a pagare gli sprechi, perché non iniziamo da qui? Semplicemente perché tagliare le spese non crea consenso, non dà mancette elettorali, non fa vincere le elezioni. Ma potrebbe salvarci. Non limitiamoci a volere politici onesti. Cerchiamone di capaci. Cerchiamoli capaci di pensare con la propria testa. Capaci di spiegarci le decisioni difficili e non solo pronti a scaricare colpe su altri. L’Unione Europea non è perfetta, anzi. Ma possiamo renderla migliore. Abbiamo avuto 60 anni di pace. Non buttiamoli via.
Paola

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