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IL CORAGGIO SI PUO’ SEMPRE DARSELO DA SE’

Quando andavo al liceo, nella mia scuola come in molte altre c’era un giornalino degli studenti.
Usciva ogni mese, era gratuito e sponsorizzato dai bar della stazione, che spacciava enormi panini farciti con un ardito binomio coppa-salsa tonnata che ai nostri voraci e onnivori palati adolescenti sembrava nettare degli dei.
Non conservo memoria di come si chiamasse il giornale e la totale assenza di sue tracce su Internet dimostra probabilmente la sua irrilevanza nel panorama nazionale e locale dell’informazione studentesca.
Eppure ricordo che lo leggevo avidamente, con curiosità, ammirazione e una buona dose di benevola invidia per chi ci scriveva.
Ai miei occhi di allora, si trattava di penne sublimi, di autori talentuosi e preparati, di umoristi raffinati e sottili. La mia deferenza rimase integra e immutata dalla prima alla quinta liceo e mai, nemmeno un giorno di quei cinque anni, mi sentii degna di partecipare al sacro consesso della redazione di quel giornaletto.
Non ero all’altezza di rivaleggiare con quel manipolo di letterati.
Eppure, a pensarci oggi, a scuola ero piuttosto brava, nei temi me la cavavo con onore e sulla carta o, se si preferisce, sulla pagella, non avevo nulla meno di quei giornalisti in erba.
Perché, pur covando il sogno di scrivere dal momento in cui mi insegnarono a leggere, non osai mai vergare neppure una didascalia su quelle pagine che offrivano una meravigliosa, democratica libera palestra per tutti noi che sognavamo lettere? Perché avevo paura di non esserne capace. Perché temevo il giudizio dei pari ben più di quello degli adulti. Perché l’ansia da prestazione mi schiacciava.
E perché, fin da allora, albergava in me un seme che sarebbe diventato germoglio e poi pianta infestante: il senso d’inadeguatezza.
PAUSA PUBBLICITARIA
TERRA, il nuovo album de Le luci della centrale elettrica, mi ha riempito il cuore di una gioia inaspettata, sa di mondi esotici e mai visti,
di viaggi mai fatti, di terre da scoprire.
Un urlo di sogni e meraviglie mai compiute
e mai sperate abbastanza.
Pezzo per pezzo, questo album mi ha fatto viaggiare. “...possiamo illuderci, ballare stando fermi e fare caso a quando siamo felici...
poi continuare a vivere...”
( Il mio pezzo preferito è CHAKRA, un brano dalle armonie sublimi evocanti immagini spirituali che riecheggiano in un testo mistico) .

Fu per colpa di quel seme, o tarlo, o tara che seguii il dovere, e non i sogni, nella scelta del futuro. E fu per la vigliaccheria a cui quel seme ti inchioda, che quando approdai nel mondo del lavoro presi la via grigia della sicurezza e del rigore e non quella della passione.
La mancanza di coraggio porta con sé frustrazione, noia e infelicità. Per fortuna la vita ti conduce dove vuole lei e gli anni insegnano la crudeltà dei rimpianti e l’importanza della reazione.
Così, una, due, tre volte sono stata costretta a tuffarmi in acque in cui credevo di annegare. Ho
sofferto di mal di pancia, insonnia e disturbi psicosomatici d’ogni genere, tra cui uno, sconosciuto alla letteratura scientifica, che mia mamma ha battezzato “frullosi” e racchiude un inenarrabile disagio psicofisico.Eppure, inaspettatamente, mi sono trovata prima a galleggiare e poi a nuotare. E a essere più felice. Nella mia libreria c’è un libro che si chiama Jim Bottone e il piccolo gigante. Era il preferito di un mio ex alunno, quando facevo la supplente a bambini piccoli ed unici. Il giorno prima della fine della mia supplenza Aziz me lo regalò e da quel giorno lo conservo con profonda tenerezza. Jim è nel deserto e, da lontano, vede un’ombra enorme e terrificante stagliarsi nella sabbia. Man mano che la distanza si riduce, l’ombra e il gigante che la produce si rimpiccioliscono fino a trasformarsi in un ometto piccolo e amichevole con un grande cappello in testa. Forse anche nella vita i giganti esistono solo da lontano. Nessuna sfida è così immensa da non poter essere affrontata. Nessuna, o quasi, delle i prese che compie il nostro vicino di casa o il nostro compagno di scuola è inaccessibile o eccessiva per noi. Basta crederci, basta provarci, basta averne voglia, anche quando la “frullosi” si impossessa di noi. Di recente, per la prima volta in vita mia, mi sono ritrovata a rispondere “sì” con inaudita
incoscienza e temeraria fiducia. Perché ho pensato che era mio dovere buttarmi, perché è giusto misurarsi con ombre più grandi della nostra, perché, crescendo e invecchiando, vorrei vendicare quella ragazzetta pavida e tutte quelle parole non scritte e non dette per paura di non essere capace. E perché, a un certo punto, bisogna pur smettere di rimpicciolirsi.

Jussin “Jù” Franchina.
Abbandonologa & Narrastorie di luoghi desueti e abbandonati. Fabbricante di racconti e canzoni per sé e per altri. Odia i piccioni e la gente che urla.
La potete seguire sulla sua pagina Facebook @IoLaJu.

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