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Parole buone

Le parole feriscono, si sa. E subito pensiamo a parole cattive, sarcastiche, di disprezzo…
No, non ci sono solo quelle. Anche le parole buone possono far male, nonostante le migliori intenzioni di chi le pronuncia.
Una signora mi sussurra che tutti le dicono che deve reagire, che deve essere forte e che non deve lasciarsi andare. Vede che i suoi compagni di sventura reagiscono, parlano e scherzano in sala d’attesa e lei si sente sempre peggio, si sente l’esclusa, quella diversa. Lei è quella che non ce la fa.
Capisco il suo dolore, e quel dolore mi è stato raccontato da molte altre persone malate, l’ho visto nei loro occhi mentre un familiare o un amico pronunciava le fatidiche parole: “Coraggio, vedrai che ce la farai”, “devi essere forte”, “tirati su”
…E frasi simili, dettate più dalla paura che dall’amore. Perché quando vedi il tuo caro in difficoltà, non è facile reggere quel senso di impotenza che prende. Si finisce così col dire parole sbagliate, non empatiche. Perché non sono tanto le parole in se stesse ad essere sbagliate, ma il dirle in quel momento, così fuori sintonia, così lontane dallo stato d’animo altrui. Ecco, è importante sapere che anche una parola buona può ferire, può far sentire l’altro solo e incompreso, escluso dalla comunità di quelli che ce la fanno. Con un’aggravante.
Si parla spesso di pensiero positivo, e di come questo possa influenzare l’efficacia delle terapie. Ogni paziente oncologico ha letto o sentito queste cose, e molti in modo ingenuo pensano che ad essere ottimisti si possa anche guarire. La questione è più complessa, ma quello che mi interessa ora sottolineare è l’impatto emotivo su chi invece è più in difficoltà, fatica a reagire e non si sente per nulla ottimista. Il circolo vizioso che si crea è presto fatto: mi dicono che devo reagire ma io non ce la faccio, dunque sono inadeguato, sono fatto male, è colpa mia. Questo mi rende ancora più depresso. In più so che così pensando mi faccio del male, ostacolo la mia guarigione, dunque è ancora di più colpa mia. Dunque sono sempre più depresso. E così via.
In questo circolo di pensieri cupi arriva il familiare o l’amico che mi dice: “dài, non fare così, tirati su”. E io che mi sento in fondo a un abisso guardo su e mi sento sempre più solo e sconfortato.
Le parole buone e di incoraggiamento possono ferire e possono essere pacche sulla spalla che danno il colpo di grazia a un equilibrio traballante, colpo di grazia che fa cadere.
Non è vero che una buona parola non fa mai male.
Poi si fa quel che si può, quel che si riesce.
Ma affinare l’ascolto: questo, sì, non fa male.
Simona

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