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Autismo: il Mostro del Silenzio La Pescatrice di Voci (Decima parte) Autrice: Daniela Vanillo

Una storia sussurrata
a piccoli passi.

LE PORTE DI MARIA

Maria racconta:
La spinta verso gli altri è un salto nel buio. Non ho i vostri tempi sono in una situazione lenta. Voi andate incontro alle cose quando correte o camminate, a me le cose vengono tutte addosso. Il mondo del silenzio non ha regole, è più sicuro, sei qualcosa e sei al sicuro. Ad esempio le scale, quei gradini! Sono dei rompicapo non sono tutti uguali sono delle trappole. Sono convinta di saperli salire e scendere tutti allo stesso modo ma non funziona.Davanti alle scale mi irrigidisco sempre, riesco a salire ma poi per scendere devo calcolare con velocità le distanze. Questo mi blocca o mi fa inciampare. Quindi a volte scendo seduta scivolando.
Le scuole medie sono superate e quella scala fatta volando è solo un ricordo. Maria è brava a disegnare fumetti e la scelta cade su una scuola d’arte, un liceo artistico. A proposito le scale del liceo che frequenterà ricordano le scale di un artista che raffigurava scale in situazioni fantastiche collegate in differenti realtà, una sorta di saliscendi senza fine.
Quindi, prima della decisione, le proveremo e le collauderemo anche nel senso dell’orientamento.
La prova “scale” è andata bene! Penso che i muri perimetrali di contenimento le inibiscano le vertigini e la facciano sentire sicura. Al limite c’è sempre l’ascensore. Ma l’utilizzo dell’ascensore sarà una via difficile da praticare a causa di orari, bidelli e chiavi. Dopo la prova “scale” mi ripresento in segreteria spiegando di nuovo la situazione. Voglio essere sicura che abbiano capito bene! La risposta è affermativa, possono accettare l’iscrizione poiché “ragazzi come lei” hanno già frequentato questo istituto.
Sì tratta di un liceo privato, l’alternativa a quello statale ritenuto, dopo il sopralluogo, più caotico e dispersivo e dal punto di vista logistico, improponibile. Io penso solo al suo bene ed al fatto che lì sarà più tutelata e sarà più serena e che, se fossero sorti dei problemi, avrei avuto degli interlocutori disponibili e attenti.
Ma non imparo mai! Non ricordo che la mente, mente! Stavolta mi propone un pensiero di speranza di aspettativa che mi porterà poi, alle inevitabili delusioni. Ma il mio entusiasmo arriva dal cuore che supera sempre la mente e trova il coraggio di continuare.
L’iscrizione è stata perfezionata. Sono preoccupata, ma è un lusso che non mi posso permettere.
Sono in ansia perché questi ragazzi sono più grandi anche se il “bestione” delle medie non era da meno. Sono molto prevenuta e la pazienza si è esaurita negli anni precedenti mentre il nervosismo è aumentato. I primi due giorni di scuola sono stati superati abbastanza bene e di problemi, non ce ne sono stati. Maria sta prendendo le misure dei compagni e la classe sta prendendo le sue. Il terzo giorno il primo conto si presenta e come saluto di benvenuto, qualcuno le lascia sul banco un cellulare acceso con una videata di you tube: “In onda c’è una scena pornografica senza audio”.
Ma l’idiota di turno non conosce Maria e non sa che lei è su di sè. Lei può solo pensare che, così come il cellulare non è suo, non lo sia neppure il contenuto. Tornata a casa mi racconta l’accaduto a modo suo:

– Mamma oggi a scuola ho trovato sul banco un cellulare con scene quasi animalesche, ma non era mio è l’ho spostato.

Ha spostato l’apparecchio dal suo banco, a quello a fianco, senza preoccuparsi molto, dell’infelice proprietario dell’apparecchio e del suo miserabile contenuto, semplicemente l’ha ignorato.
Ho raccontato in direzione l’accaduto e ho ottenuto solo, l’inevitabile ritiro dei cellulari in classe durante le ore di lezione. Verso la fine di ottobre, il corpo insegnante mi invita ad un incontro. Dovevo spiegare meglio a tutti loro, cos’era “il problema di Maria”. Non era bastato il mezzo metro di certificazioni depositate in segreteria. Dopo l’incontro sembra che abbiano capito, ma forse io voglio pensare che sia così. Ricevo anche molti complimenti, qualcuno si emoziona. Maria seguirà un piano di studi personalizzato che va firmato obbligatoriamente, dopo averne preso visione. Ma è un proforma e lo devi accettare se vuoi che la ragazza prosegua gli studi. Durante i lunghi cinque anni quasi nessuno dei suoi compagni si è mai interessato a lei. Quasi nessuno le ha mai rivolto la parola tranne una coetanea un po’ chiusa, ma solo per un brevissimo periodo. Maria continua il suo percorso scolastico affiancata da una educatrice molto gentile che a tratti è riuscita ad avere faticosamente un minimo di scambio verbale con lei. A volte frustrata mi chiede il perché di una certa chiusura improvvisa, non riesce a capire quale sia stata la parola od il gesto sbagliato. Le spiego che, non ci sono parole o gesti sbagliati. Al contrario, ci sono piccole porte che conosce solo lei e che sa raggiungere in brevissimo tempo. Porte che ti chiude in faccia senza che tu la possa raggiungere. È il mondo del silenzio un mondo sicuro, dove gli scocciatori vengono messi alla porta, per tutto il tempo che lei vorrà stare in viaggio.

Non sono mai riuscita a spiegarlo né a lei né ad altri ma forse non è il mio compito.

Non lo nego, questi cinque anni sono faticosi. La mattina mi armo di pazienza, scendo dalla macchina parcheggiata vicino ad un marciapiede in divieto di fermata ma vicino alle strisce pedonali. Scendo le apro la portiera dell’auto, lei è seduta nel sedile posteriore. Alzo il baule, prendo lo zaino e la cartelletta ingombrante che contiene i disegni ed i fogli bianchi. Quando mi fermo lei non esce spontaneamente ma attende l’apertura della portiera. Una volta scesa dall’auto, le infilo lo zaino e le metto in mano la cartelletta. È il momento di attraversare la strada le prendo la mano, ma le auto le fanno paura. Penso a quello che mi ha confidato. Immagino che se le cose ferme le vengono addosso non posso pensare a che effetto le debbano fare quelle in movimento come le auto.
Nell’attraversare le strisce pedonali accenno un passo in avanti, ma lei non mi segue. Allora torno indietro e lei va avanti. Qualcuno ci manda a quel paese, allora lei si spaventa e corre avanti ed io con lei. Un’automobilista sopraggiunge e vedendoci arrivare frena, una moto arriva e supera un’auto che ci nasconde, ci blocchiamo. La moto non ci investe e passa superandoci, anche questa mattina siamo salve!

Arrivate dall’altra parte c’è il marciapiede che non è libero, una cinquantina di ragazzi sostano stanziali. Aspettano le otto fumando e spingendosi. È difficile passare. Nuotiamo tra gli studenti trascinando la cartelletta, che manovrata da Maria è come un’arma che fende gli arbusti di una foresta che tra l’altro non vede. Nessuno dei ragazzi si muove, al limite passando, ti alitano del fumo fetido lamentandosi se inavvertitamente toccati. Ogni tanto si guardano complici sghignazzando.

Nei cinque anni ho sostenuto molte discussioni specialmente, se occupavano le scale dove il più delle volte è inciampata su zaini e lacci. Oppure quando gli zaini, lasciati mollemente incustoditi sul pavimento, impedivano il passaggio a ragazzi in carrozzina. Mi sono lamentata nessun risultato!
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