NewEntry.eu - UNA LACRIMA SUL PETTO

UNA LACRIMA SUL PETTO

Ogni tanto riordino nel comodino, svuoto tutto sul letto, butto le cose inutili, risistemo quelle importanti; nel fare questo, mi è venuta fra le mani una medaglia che mi è stata donata durante il servizio militare; ogni volta che la vedo provo sempre un'emozione indescrivibile.
Siamo a Fano (Pesaro Urbino), una bellissima cittadina situata lungo il mare Adriatico, ho prestato servizio militare presso la locale Caserma Paolini (esercito italiano), tra luglio 1982 e luglio 1983. Era una caserma di CAR (centro addestramento reclute), dove le giovani reclute, venivano addestrate alla marcia ed al corretto uso delle armi, dopo il giuramento venivano spedite a svolgere le loro mansioni nelle varie caserme italiane, e li finivano il militare; io facevo parte del quadro permanente, ero uno dei soldati fissi che mandavano avanti la normale routine della caserma. Ho fatto il militare come autista ed ero addestrato a guidare ogni mezzo a disposizione in caserma; il 24 marzo 1983, avevamo da poco terminato l'adunata, il Maggior Di Padova, comandante degli autisti, mi aveva appena detto che dovevamo lavare tutti i camion, strapieni di fango, perché il giorno precedente avevamo portato le reclute al campo di tiro a segno per l'esercitazione con le armi.
Quando il Capitano Bellini piombò improvvisamente agitatissimo nel piazzale (ognuno dei sottufficiali o ufficiali in caserma aveva un suo compito ben definito: il Capitano Mastropasqua comandava la nostra compagnia, poi c'era chi dirigeva la mensa, chi il magazzino, chi la fureria e cosi via, ma il Capitano Bellini non dirigeva niente, era un cosiddetto "cane sciolto", aveva un suo ufficio le cui pareti erano adornate da molte fotografie che lo ritraevano in più parti del mondo mentre si lanciava con il suo paracadute, e da qui si evince che era un ex parà, sulla sua scrivania molte coppe e trofei facevano bella mostra; ero uscito con il camion assieme a lui un paio di volte per caricare i viveri necessari alla caserma).
Non lo avevo mai visto così allarmato, lui solitamente era di temperamento tranquillo, poi ci spiegò il motivo: <la salma del povero marinaio ferito in Libano è arrivata, sono all'uscita dell'autostrada (il marinaio in questione era Filippo Montesi, mandato a Beirut per una missione di pace, era stato gravemente ferito in una imboscata il 15 marzo, trasportato con volo aereo presso il Policlinico Militare Celio di Roma, operato d'urgenza, era deceduto il 22 marzo, il giorno dopo essere stato dichiarato fuori pericolo); il Capitano Bellini proseguì nel suo agitato discorso: <il nostro comandate Tenente Colonnello Almici ha detto che una rappresentanza della nostra Caserma e per ciò dell'esercito non deve assolutamente mancare, il marinaio Filippo Montesi era nato e residente a Fano; preparate immediatamente un CM (camion medio), dobbiamo andare all'ingresso dell'autostrada per riempirlo di corone di fiori, saremo noi ad aprire il corteo funebre>, il nostro Maggiore Di Padova rispose che tutti i camion era sporchi di fango ed era rimasto solo il camion più vecchio (del 1941 un reperto della seconda guerra mondiale), <non importa quanto sia vecchio, l'importante è che funzioni>, <funziona come un orologio svizzero>; allora mi permisi di dire la mia: < Signor Maggiore mi scusi se mi permetto, ma quel camion ha un motore fiacco come un preservativo usato, e poi ha le batterie scariche, per accenderlo bisogna trainarlo, ha la guida a destra....>, <immaginarsi se il soldato Giordano non deve metterci il becco, a proposito, sei stato tu a guidarlo l'ultima volta quando sei andato a caricare le divise alla stazione, e per ciò lo guiderai tu anche stavolta. Tu ed il Capitano Bellini andate subito a mettervi in alta uniforme, noi intanto accendiamo e scoperchiamo il cassone del camion>. Salii in camerata ed indossai l'uniforme di libera uscita, ridiscesi nel piazzale e poco dopo arrivò anche il Capitano Bellini in altissima uniforme, era elegantissimo, con le frange dorate alle spalline e tantissime medaglie appuntate al petto; "soldato, hai soltanto le mostrine, nemmeno lo stemma della Folgore sulla tua giacca", "Signor Capitano, sono un soldato semplice, solo questa giacca ho", "ma lo sai che in forma privata ci sarà anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini al funerale?", così dicendo, si staccò due medaglie dalla sua giacca e le attaccò sul mio petto; "così va molto meglio, forza partiamo".
Fuori dalla caserma c'era un'auto dei carabinieri che ci aspettava, ci fece da apripista, la folla per Fano era gia tantissima; arrivammo all'ingresso dell'autostrada dove ad aspettarci nel parcheggio c'erano due CM carichi di corone di fiori ed un CL (camion leggero), che trasportava la bara del povero Filippo Montesi avvolta nel tricolore. Trasferimmo tutte le corone di un camion sul nostro, legandole anche esternamente alle sponde con del fil di ferro e dietro le fissai con una cordicella (dalla dubbia resistenza), che avevo trovato nella cabina del camion. L'ltro camion dei marinai rimase pieno di fiori, non sapevamo dove metterli; i carabinieri dissero ai due autisti di aspettare nel parcheggio il ritorno del loro collega; partimmo verso Fano, davanti a me la gazzella dei carabinieri e dietro il camion che trasportava il feretro di Filippo. Entrammo a Fano, la folla era immensa, feci tutto il tragitto verso la chiesa a passo d'uomo, molte persone salutavano con dei fazzoletti bianchi, molte altre gridavano il nome del marò ucciso "FILIPPO, FILIPPO"; arrivammo davanti al piazzale della chiesa, un piccolo pullman che trasportava i commilitoni di Filippo era già arrivato, parcheggiai al suo fianco ed alla mia destra si fermò il camion leggero che trasportava la bara, io ed il Capitano passammo davanti alla mamma di Filippo e ci sistemammo pochi metri dopo di lei, era sorretta dai suoi parenti, il suo viso una maschera di dolore, in fondo alla folla due carabinieri della locale stazione, in alta uniforme, tenevano una corona d'alloro ordinata dal capo dello stato, (solitamente sono i corazzieri a presenziare ai funerali, ma la Signora Maria, mamma di Filippo, era stata molto chiara: ammetto soltanto il presidente Sandro Pertini alle esequie del mio caro figliolo, degli altri esponenti dello stato non voglio vedere nemmeno l'ombra!) Non passarono molti minuti che arrivò l'auto blu del Capo dello Stato, era accompagnato da due signori elegantemente vestiti, ad accoglierli il sindaco di Fano, dopo brevi convenevoli andarono dalla mamma di Filippo che era sorretta per le braccia dai suoi parenti, quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e la Signora Maria si trovarono faccia a faccia, parlarono per qualche istante, poi le angoscianti urla di dolore della donna toccarono il cielo, riuscii solo a capire: "non doveva succedere", il Presidente la abbracciò forte accarezzandole i capelli; avevo il cuore che mi scoppiava, anche il Capitano Bellini fu molto toccato da quella drammatica scena, poi Pertini venne verso di noi, salutò il Capitano, io scattai sull'attenti e gli strinsi la mano, e così fece con i commilitoni compagni di Filippo Montesi, erano tutti vestiti nella tradizionale uniforme marinara; io ed il Capitano eravamo gli unici rappresentanti dell'esercito italiano, poi sei compagni di Filippo si diressero verso il camion che portava la sua bara avvolta nel tricolore, la presero in spalle e si diressero verso la chiesa, dietro di loro i due carabinieri con la corona d'alloro, il Presidente della Repubblica, la mamma di Filippo ed i suoi parenti erano fianco a fianco. Io ed il Capitano aspettammo la fine della cerimonia funebre fuori dalla chiesa, vicino a noi c'erano quattro marinai (naturalmente il piazzale era gremito da qualche migliaia di persone), uno dei marò piangeva a dirotto, era disperato, il Capitano Bellini gli si avvicinò: "era un tuo amico?" " si, ci conoscevamo fin da bambini, anch'io sono di Fano, povero Filippo, povera Signora Maria, nel 1970 in un incidente d'auto perse il marito ed un suo fratello, lei rimase gravemente ferita, era incinta di otto mesi e perse il bambino, due anni fa il figlio primogenito ventunenne, morì bruciato nel garage di casa in seguito allo scoppio del serbatoio dello scooter; in famiglia erano rimasti solo lei e Filippo, lui non doveva nemmeno partire militare, essendo figlio unico di madre vedova, era il suo unico sostentamento economico, per ben due volte aveva presentato domanda per essere esonerato, invece non solo è partito, lo hanno mandato pure in Libano". Io ed il Capitano Bellini rimanemmo sconvolti ed allibiti dal racconto dell'amico di Filippo, tutto prendeva un senso ancora più terribile, ecco perché la Signora Maria era così arrabbiata con le istituzioni e volle vedere solo il Capo dello Stato, capii il suo angosciante grido: "non doveva succedere!"
Intanto il rito funebre presenziato dal vescovo era terminato, la bara portata in spalle dai sei marinai uscì dalla chiesa, dietro i famigliari ed il Presidente Pertini, intanto che caricavano il feretro sul camion della marina, andai a prendere il mio CM che avevo lasciato acceso (aveva le batterie scariche), mi sistemai dinanzi al veicolo della marina pronto a partire per il cimitero, il Capitano Bellini salì, "soldato Giordano, ho parlato con la mamma di Filippo, non seppellisce il figlio qui a Fano, ma in un cimitero di una frazione a 15 kilometri da qui, la zona è collinare", "porca miseria Signor Capitano, questo camion ha un motore che non tira niente, il cambio non è sincronizzato, devo fare le doppie per cambiare, non so se riusciamo a salire su una collina", "ormai dobbiamo andare fino in fondo !".
Seguendo le indicazioni del Capitano attraversammo la città, la folla era ancora tantissima, dietro di noi il camion con la bara ed una quindicina di auto di parenti ed amici; mano a mano che ci avvicinevamo alla frazione (luogo della sepoltura), la strada cominciò a salire, la prima collina la superammo abbastanza bene ma la seconda era decisamente più alta; arrivati a metà salita il camion cominciò a perdere giri, riuscii a scalare in terza lunga, poi terza corta, e poi andavamo troppo piano, non riuscivo più a cambiare marcia, il motore continuava a scendere di giri, sempre più giù giù giù; sentivo il sudore che mi colava per la schiena, il Capitano cominciò ad urlare: <si sta spegnendo, Cristo Santo, soldato fa qualcosaaa, !!>,<Padre Nostro che Sei nei Cieli, sia Santificato il Tuo nome, venga il Tuo Regno....>, ma prima che terminassi la preghiera il camion ebbe un sussulto, come se fosse stato colpito nell'orgoglio, anziché esalare l'ultimo respiro, cominciò a dare dei strattoni e ci portò in cima alla collina, ma le forti vibrazioni fecero rompere la cordicella che sul fondo del cassone teneva le corone di fiori; almeno una decina di ghirlande caddero sull'asfalto, il camion dietro che trasportava la salma cominciò a suonare, mi fermai, tirai il freno a mano ed io e il Capitano scendemmo, prendemmo le corone e le sistemammo lungo il ciglio della strada, poi ci siamo scusati con la mamma per la vergognosa figura che avevamo fatto, ma nel frattempo il nostro camion aveva cominciato a scendere giù per la collina, pure il freno a mano funzionava male, corsi più che potevo, le portiere si aprivano sul davanti, non riuscivo a salire, finalmente saltai in cabina e schiacciai il freno appena prima che il mezzo uscisse di strada, quando il Capitano salì era furibondo: <domattina appena incontro il Maggior Di Padova (responsabile dei mezzi), lo strangolo con le mie mani, questo non è un camion, ma un carro funebre!!!>. Arrivammo al cimitero della piccola frazione (di cui non ricordo il nome), io ed il Capitano prendemmo un corona ciascuno e la sistemammo davanti alla fossa, arrivò la bara del povero Filippo, la mamma ed i suoi parenti, non riesco nemmeno a descrivere in quali condizioni si trovava la Signora Maria; quando cominciarono a coprire la buca con la terra, il Capitano Bellini mi disse: < ce ne possiamo tornare in caserma, il nostro dovere lo abbiamo fatto>, si avvicinò alla mamma di Filippo: "Signora, a nome di tutti i militari della Caserma Paolini di Fano, le esprimo le nostre più sincere e sentite condoglianze", mi avvicinai anch'io alla Signora Maria: "mi dispiace moltissimo, no so dire altro", la donna mi prese il viso fra le mani : "stai attento ragazzo, sta attento"; proprio non me l'aspettavo, e mentre mi stavo allontanando da lei, scoppiai a piangere, mi coprii la faccia con il fazzoletto, "non vergognarti soldato, siamo uomini non macchine", mi disse il Capitano. Sistemammo tutte le corone che erano rimaste sul camion lungo la ringhiera del cimitero, e partimmo, destinazione Caserma Paolini; misi la freccia a destra per immetermi sulla strada principale, ma la levetta che stava sulla mia testa (non al volante come sono adesso), saltò via e la freccia rimase sempre accesa, "porca miseria, Signor Capitano, quando giriamo a sinistra dovrebbe mettere un braccio fuori da finestrino", "non dirlo neanche per scherzo"; ed invece non solo metteva il braccio, ma sventolava pure il cappello. Finalmente quindici kilometri dopo, arrivammo in caserma, quando spensi il camion, tirai un lunghissimo sospiro di sollievo, "ce l'abbiamo fatta Signor Capitano", scendemmo, mi staccai le due medaglie che il Capitano mi aveva prestato, lo salutai e me ne andai; <soldato, aspetta !!>,<comandi Signor Capitano !>, <questa te la sei meritata>, e così dicendo mi appuntò una medaglia al petto. Nonostante siano passati tanti anni, quando la rivedo, il cuore parte come un treno, ed il viso della Signora Maria compare ancora dinanzi a me.
Giordano

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