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“LA COLLINA DEL VENTO” di Carmine Abate

Carmine Abate è nato nel 1954 a Carfizzi, una comunità italo-albanese - della Calabria, ed è emigrato da giovane in Germania. Oggi vive in Trentino, dove insegna. Ha esordito nel 1984 in Germania con la raccolta di racconti Der Koffer und weg! Il muro dei muri, ha pubblicato, tra l’altro, il libro di poesie Terre di andata e i romanzi La moto di Scandberg, Il ballo tondo, Tra due mari, Il mosaico del tempo grande, Gli anni veloci.

Questa è la storia di quattro generazioni della famiglia Arcuri e della loro terra. Essa,  tra presente e passato, ci viene narrata da Rino, il pronipote del capostipite Alberto, attraverso i suoi ricordi di ragazzo ed i racconti di suo padre Michelangelo divenuto l’ultimo custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti . Sono i primi anni del novecento, Alberto Arcuri, la moglie Sofia ed i tre figli: Michele, Arturo ed Angelo vivono in Calabria nel podere del Rossarco una terra pietrosa, aspra e poco fertile detta collina del vento che  a volte spira lieve come una brezza diffondendo il profumo dei fiori di ginestra e sambuco, di origano e liquirizia, di menta e malva selvatica ed  a volte turbolento e vorticoso al punto di schiantare i rami. Egli aveva faticato duramente in miniera e nei campi per quindici anni per poter acquistare, appezzamento dopo appezzamento, tutto il promontorio e con lui non si erano risparmiati né la moglie né i figli che erano stati chiamati ad aiutare in tenera età. Alcuni anni prima della guerra del 1915-1918 Alberto incontra uno sconosciuto che si aggira nei suoi terreni con fare interessato; è Paolo Orsi, un archeologo trentino venuto a cercare i resti dell’antica cittadina Krimisa risalente al periodo della Magna Grecia. Tra galantuomini ci si intende e con la promessa  di futuri scavi tra i due nasce un rapporto di fiducia e di stima. E’ la primavera del 1915 ed i tre fratelli Arcuri vengono chiamati alle armi. In quegli anni grande è l’apprensione dei genitori e la fatica per coltivare il fondo. Alla fine del conflitto solo Arturo farà ritorno e la perdita dei fratelli lascerà nei suoi genitori una profonda ferita che non si rimarginerà più. Arturo si prodiga nei suoi terreni ormai divenuti prosperi e deve respingere con forza le offerte d’acquisto, soprattutto quelle del latifondista del paese (Don Lico) che, successivamente, gli farà pagare amaramente il rifiuto. Arturo si sposa con Lina e dal loro matrimonio nascerà Michelangelo (nome che riprende quello dei zii deceduti) e successivamente la ribelle Sofia Antonia detta Ninabella. Si impegnerà politicamente diventando attivista del partito comunista; ha carisma ed esperienza, è rispettato ed ascoltato dagli altri e fondano le prime cooperative per avere più potere nelle contrattazioni. Inizia il periodo fascista, Don Lico viene nominato podestà, tutti i terreni ed i boschi attorno al paese ormai sono suoi ad eccezione del Rossarco. Con l’autorità conferitagli aumenta gli affitti dei terreni e le tasse provocando lo scontento e la rivolta della popolazione. Scoppiano tafferugli ai quali seguono intimidazioni, purghe e bastonate. Arturo, pur facendo parte dei rivoltosi, non viene denunciato perché il podestà vuole la sua collina ma, all’ennesimo, categorico rifiuto  ed all’intimidazione di non mettere piede nella sua terra, viene accusato di antifascismo e condannato a cinque anni di confino nell’isola di Ventotene.

La moglie Lina, anch’essa forte, caparbia ed orgogliosa, durante la sua assenza, crescerà con amore i figli e si sobbarcherà il duro lavoro aiutata saltuariamente dai parenti.  Arturo tornerà dal confino, i suoi figli crescendo studieranno e si sposeranno a loro volta; dall’unione di Michelangelo con l’archeologa Marisa (la Torinèsia) nascerà Cesare Arturo detto Rino che si sposerà con Simona ed avrà il compito di ricostruire la storia della famiglia, ci sarà il secondo conflitto mondiale, in alcuni lembi della sua terra, quel professore incontrato da suo padre, inizierà gli scavi archeologi e molte saranno le sorprese e gli arcani svelati che volontariamente ho sottaciuto. 

E’ edificante l’amore incondizionato che gli Arcuri, generazione dopo degenerazione,  hanno profuso per la loro terra tramandandosi i suoi segreti e difendendola strenuamente nel tempo dalle speculazioni edilizie e dall’insediamento degli impianti eolici. Una saga famigliare che inizia nel 1902 e narra tutto il novecento attraverso i fatti che l’hanno caratterizzato: la povertà, il duro lavoro, le due sanguinose guerre che ha luttuosamente segnato le famiglie, l’avvento del regime fascista e dei suoi soprusi, le prime lotte e conquiste sociali, l’affrancamento delle nuove generazioni dall’analfabetismo e poi il progresso post bellico in nome di quella modernità che però ha offuscato quelli che sono i veri valori della vita.

Un romanzo scorrevole ed avvincente che oltre a celebrare la bella terra calabra esalta il carattere determinato, l’onestà, la dignità, l’amore famigliare e quei valori che per tanto tempo hanno caratterizzato la comunità contadina che per affrancarsi dalla miseria ha lavorato duramente senza piegarsi al volere del signorotto o del potere di turno.

 

Gaboardi Angela

 

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