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“Dream Theater” Dream Theater

Dicono che il progressive metal non è per tutti, che solo orecchi raffinati sanno comprenderlo in tutta la sua pienezza, e i Dream Theater lo hanno fatto capire creando e sviluppando un genere che oggi è molto diffuso (e del quale si abusa). Dopo alcune uscite abbastanza deludenti, i pionieri della tecnica, chitarristica e non, tornano con un self-titled album che, a venticinque anni dal debutto, lascia già dal titolo alcune perplessità sulla fantasia di LaBrie e compagni. L’album si apre con la False Awakening Suite che, a detta degli stessi artisti, è stata composta per aprire i concerti. Lo stile sembra lo stesso degli ultimi lavori, ma come qualità compositiva siamo su livelli che in A Dramatic Turn Of Events, ultimo disco della band, non si intravedevano nemmeno in fondo a un tunnel di riff complicati e fin troppo tecnici. Si passa alla prima vera e propria traccia, The Enemy Inside, la quale ci propone, come ci aspettavamo dall’assaggio datoci dalla suite, il solito sound Dream Theater, caratterizzato da riff “heavy” a modo loro e tastiere onnipresenti. Il drumming della new entry Mike Mangini sa tanto di Portnoy-style, in cui l’ex-Annihilator non si sente per niente a suo agio, e si nota non poco. Il basso segue i riff di Petrucci come fa ormai da una decina d’anni a questa parte, rendendo il tutto più indigesto. E poi c’è il vero valore aggiunto dei Dream Theater: James LaBrie, il cantante che meno si adatta alle composizioni dei cinque con cui si ritrova a collaborare, forse nemmeno lui sa il perché. Petrucci salva il tutto con uno dei suoi assoli, semplicemente complicati, ma dotati di una qualità tecnica che lo colloca sempre nell’Olimpo dei lead guitarists. A seguire arriva The Looking Glass è una canzone che ricorda, come genere, Images And Words, ma che non regge il paragone con nessuno dei capolavori che si trovano in quell’album perfetto che segnò l’inizio di un’epoca. Ritornello imbarazzante per l’orecchiabilità, si sfiorano i confini del pop-rock. L’assolo riesce anche qui a rivitalizzare un po’ il pezzo, a degnarlo di un nome come quello della band che l’ha composto, ma non si va oltre a un tentativo di comporre una power-ballad sostanzialmente fallito. Ma non poteva mancare un’instrumental. Fin dal primo ascolto Enigma Machine si descrive con un solo aggettivo: antipatica. In questa traccia ogni singolo musicista sembra volersi vantare delle sue capacità tecniche e sfoggiarle al pubblico, come se non bastasse il costante abuso di tecnicismi in ogni singolo brano. Come strumentale è anche passabile, ma risulta superficiale ai fini dell’album. Da questo capolavoro di vanità, si viene salvati da un’introduzione promettente, linea di piano e chitarra acustica nella prima strofa: The Bigger Picture ha tutto il sapore della “ballata da spiaggia”, se non fosse per la voce di LaBrie, inqualificabile su certe melodie, come dimostra ancora di più la seconda strofa, caratterizzata da una drum line di Mangini decisamente più convincente delle precedenti, ma sulla quale James stona. L’assolo propone melodie dolci e toccanti, uno dei migliori momenti che si incontrano in questo platter. Behind The Veil si presenta con un’intro da brividi alle tastiere, un riff granitico e, per una volta, non confusionario, una voce che si adatta bene alla base proposta e un drumming non invasivo come nelle tracce precedenti. Il chorus è orecchiabile, ma, complice il riff, non dona sfumature pop alla song, impreziosita da un assolo che, sebbene sia sovraccarico di note, non infastidisce.
Questo è senza dubbio il capitolo più meritevole dell’intero album.  Surrender To Reason è un classico brano alla Dream Theater, piatto e che sa di già sentito. La parte centrale complica ancora di più l’ascolto con l’asse Mangini-Myung che martella il cuore a ogni battuta rendendo il tutto anche fastidioso. L’assolo a velocità supersonica è l’emblema di questo pezzo. Insopportabile. Ma, se fino a questa traccia la vena pop era nascosta dietro a un muro forato dal quale si intravedeva poco, con Along For The Ride essa improvvisamente si scopre. Questa canzone contiene giri armonici e arpeggi tipici di ogni brano pop-rock composto da artisti che non hanno nemmeno un briciolo della tecnica di questi sei mostri sacri che sarebbero certamente in grado di fare molto meglio di così, se non si perdessero in mille clichè. Chiude Illumination Theory, ventidue minuti di pura auto-celebrazione in cui gli intrecci intinti del solito stampo maledettamente tecnico di Rudess e Petrucci vanno a creare confusione, peraltro alimentata da un Mike Mangini mai con uno snare sound così cacofonico come nella traccia conclusiva. Dream Theater è un album in cui è evidente, ancora una volta, che la band di Boston è in continua lotta con il fantasma del suo passato, di quel capolavoro qual’è Images And Words che nessun’altro disco è riuscito ad eguagliare. È anche per questo che ormai tutto ciò che si sente è la presenza di sei musicisti tecnicamente perfetti costretti a coprire imbarazzanti lacune compositive con una tecnica decisamente fuori dal comune, sembrando quasi dei robot che compongono musica senza passione, ma solo per mantenere vivo un nome che vale una leggenda e un intero genere tra i più amati del panorama metal.
Ma si sa, il progressive metal non è per tutti.

Carlo Chiesa

HIT PARADE 25 FEBBRAIO 2014

1   MONDOVISIONE - LIGABUE
2   HIGH HOPES - BRUCE SPRINGSTEEN
3   20 THE GREATEST HITS - LAURA PAUSINI4   
4   SONG BOOK VOL.1 - MIKA
5   L’ANIMA VOLA - ELISA
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10 GIOIA … NON E’ MAI ABBASTANZA! - MODA’

HIT PARADE 25 FEBBRAIO 1964

1   Una lacrima sul viso - Bobby Solo
2   Ogni volta - Paul Anka
3   Quando vedrai la mia ragazza - Gene Pitney
4   Non ho l’età (per amarti)     - Gigliola Cinquetti
5   Sabato sera - Bruno Filippini
6   Città vuota - Mina
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