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L'etica di Aristotele

« La dignità non consiste nel possedere onori
ma nella coscienza di meritarli. »
(Aristotele)
L’etica di cui tratta Aristotele attiene alla sfera del comportamento (dal greco ethos), ossia alla condotta da tenere per poter vivere un’esistenza felice. Coerentemente con la sua impostazione filosofica, l’atteggiamento più corretto è quello che realizza l’essenza di ognuno. Ne consegue l’identificazione di essere e valore: quanto più un ente realizza la propria ragion d’essere, tanto più esso vale. L’uomo in particolare realizza se stesso praticando tre forme di vita: quella edonistica, incentrata sulla cura del corpo, quella politica, basata sul rapporto sociale con gli altri, e infine la via teoretica, situata al di sopra delle altre, che ha come scopo la conoscenza contemplativa della verità.
Le tre modalità di condotta vanno comunque integrate fra loro, senza privilegiare l’una a discapito dell’altra. L’uomo infatti deve saper sviluppare e assecondare armonicamente tutte e tre le potenzialità dell’anima che contraddistinguono il proprio essere o entelechia, e da Aristotele identificate con:

l’anima vegetativa, comune anche alle piante e agli animali, che attiene ai processi nutritivi e riproduttivi;

l’anima sensitiva, comune agli animali, che attiene alle passioni e ai desideri;

l’anima razionale, che appartiene soltanto all’uomo, e consiste nell’esercizio dell’intelletto.

Sulla base di questa tripartizione, Aristotele individua il piacere e la salute come scopo finale dell’anima vegetativa, risultante dall’equilibrio tra gli eccessi opposti, evitando ad esempio di mangiare troppo, o troppo poco. All’anima sensitiva egli assegna invece le cosiddette virtù etiche, che sono abitudini di comportamento acquisite allenando la ragione a dominare sugli impulsi, attraverso la ricerca del «giusto mezzo» fra estreme passioni: ad esempio il coraggio è l’atteggiamento mediano da preferire tra la viltà e la temerarietà.
Essendo l’uomo un «animale sociale», l’equilibrio è ciò che deve guidare i suoi rapporti con gli altri; questi devono essere improntati al giusto riconoscimento degli onori e del prestigio derivanti dall’esercizio delle cariche pubbliche. Le diverse virtù etiche sono quindi tutte riassunte dalla virtù della giustizia. All’anima razionale infine Aristotele assegna le cosiddette virtù dianoetiche, suddivise in calcolative e scientifiche. Le facoltà calcolative hanno una finalità pratica, sono strumenti in vista di qualcos’altro: l’arte (tèchne) ha un fine produttivo, la saggezza o prudenza (phrònesis) serve a dirigere le virtù etiche, oltre a guidare l’azione politica.  Se queste virtù vanno perseguite in vista di un bene più alto, alla fine tuttavia deve pur sussistere un bene da perseguire per sé stesso.
Le facoltà scientifiche, mirando alla conoscenza disinteressata della verità, non si prefiggono appunto nessun altro obiettivo al di fuori della sapienza in sé (sophìa). A questa virtù suprema concorrono le due facoltà conoscitive della gnoseologia: la scienza (epistème), che è la capacità della logica di compiere dimostrazioni; e l’intelligenza (nùs), che fornisce i princìpi primi da cui scaturiscono quelle dimostrazioni. Aristotele introduce così una concezione della sapienza intesa come “stile di vita” slegato da ogni finalità pratica, e che pur rappresentando l’inclinazione naturale di tutti gli uomini solo i filosofi realizzano a pieno, mettendo in atto un sapere che non serve a nulla, ma proprio per questo non dovrà piegarsi a nessuna servitù: un sapere assolutamente libero.
La contemplazione della verità è quindi un’attività fine a sé stessa, nella quale consiste propriamente la felicità (eudaimonìa), ed è quella che distingue l’uomo dagli altri animali rendendolo più simile a Dio, già definito da Aristotele come «pensiero di pensiero», pura riflessione autosufficiente che nulla deve ricercare al di fuori di sé.
« Se in verità l’intelletto è qualcosa di divino in confronto all’uomo, anche la vita secondo esso è divina in confronto alla vita umana. »
(Aristotele, Etica Nicomachea, X.7, 1177 b30-31)

Fonte: www.filosofico.net

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