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“L’uomo con i pugni di ferro”

E’ sufficiente citare pellicole come “La foresta dei pugnali volanti” oppure “La tigre e il dragone” che, anche alla mente dei pur poco esperti in materia di cinema, subito si materializzano le sequenze di duelli spettacolari e, più in generale, la cinematografia cinese sulle arti marziali tanto in voga alcuni decenni fa (magari facendo rimpiangere a qualcuno le celebri pellicole che vedevano come protagonista Jackie Chan: uno degli attori più famosi al mondo in materia di action movies di stampo orientale). A riportare oggi sullo schermo questo tipo di film, ci pensa RZA (nome d’arte di Robert Diggs, produttore discografico alla sua opera prima sul grande schermo) il quale sembra proprio voler firmare la pellicola a 360 gradi: suo è il film, sua l’interpretazione, sue le musiche e sua la direzione (con una non piccola intromissione, a livello di produzione, di un certo Eli Roth: il regista di “Hostel”).
Un villaggio cinese nel diciannovesimo secolo vive, da sempre, la storica contrapposizione tra due clan antagonisti: quello dei lupi e quello dei leoni, separati da rancori di vecchia data. Il transito di un carico d’oro per il villaggio, porta l’Imperatore ad incaricare la fazione dei leoni di salvaguardarlo. Il desiderio di possedere tutto quell’oro, come possiamo ben immaginare, porta due suoi fedelissimi a diventare traditori. Nei loro loschi piani si prevede di far fuori il leader del clan opposto e di impossessarsi dell’intero bottino. Bisogna, però, eliminare il legittimo successore del clan dei Leoni (e per questo verrà ingaggiato l’avventuriero Brass Body che, alla stregua di un super eroe da fumetto, riesce a mutare il suo corpo… ma non diciamo come). A completare il circo ci pensano una coppia di gemelli con le loro inseparabili armi, un oscuro personaggio a cui dà volto il deturpato Russel Crowe (ingrassato in maniera spropositante, dedito al vizio delle donne e al fumo dell’oppio) e la tenutaria della casa di tolleranza del posto, interpretata dalla Lucy Liu di “Detachment”, “Kill Bill” e “Chicago”. Il fabbro del sobborgo, ex schiavo restituito alla libertà (quell’RZA a cui accennavamo poco sopra) che, fino ad oggi, ha rifornito di armi indistintamente entrambe le fazioni, decide di non essere più super partes. Le alleanze che cucirà riusciranno a mandare all’aria la congiura ed anche a vendicare l’uccisione della sua amata. Cocktail di azione, atmosfere orientali, western, trash quanto basta e splatter alla Tarantino (il cui nome primeggia sui titoli di testa), fanno della pellicola un prodotto destinato ad un devoto pubblico di conoscitori del genere, ma senza riuscire ad aggiungere quel qualcosa in più che lo possa aprire una platea più eterogenea.
Pur saccheggiando ambientazioni ed ammiccando a situazioni prese qua e là in film analoghi, e senza presunzioni particolari che non siano quelle del puro svago ed intrattenimento per novanta minuti (non ci sono analisi approfondite sui vari personaggi), “L’uomo con i pugni di ferro”, vicenda dalla trama modesta, si fa apprezzare più per i combattimenti, per la fotografia (su tutto, i particolari dei mezzi di difesa/attacco e l’attenzione nella rappresentazione del bordello) e per i costumi, che non per un plot dove, certi passaggi, risultano un po’ frettolosi e non troppo limpidi.
Peccato che la pellicola abbia come tallone d’achille quello di una sceneggiatura senza molte svolte narrative e poco sorprendente.
Magari, col prossimo lungometraggio, andrà un po’ meglio.

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