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Giacomo Leoparti - La biblioteca

La biblioteca di Casa Leopardi
Nel 1815-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici e disagi psicologici, che egli attribuì almeno in parte - come la presunta scoliosi - all’eccessivo studio, isolamento e immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo.In realtà pare che fosse affetto dal morbo di Pott (tubercolosi ossea della colonna vertebrale) che gli causò la deviazione della spina dorsale con dolori e conseguenti problemi cardiaci e respiratori, una crescita stentata (pare fosse alto 1 metro e 41 circa, o poco più), problemi neurologici alle gambe e alla vista ma anche parestesie e mancanza di sensibilità nervosa, oltre a febbri ricorrenti, disturbi disparati e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire. Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica “L’appressamento della morte” e, anni dopo, per “Le ricordanze”, in cui definisce la sua malattia come un “cieco malor”, cioè un male di non chiara origine. C’è chi sostiene che Leopardi non avesse il morbo di Pott, ma ipotizza altre malattie: un’affezione oculare simile al tracoma, ipermetropia e una malattia genetica ereditaria dovuta alla consanguineità dei genitori (alcune malattie genetiche, come la scoliosi congenita grave, possono causare sintomi fisici simili); la celiachia, ovvero l’allora semi-sconosciuta intolleranza al glutine, che causa problemi di accrescimento e disturbi di vario tipone il rachitismo (possibile conseguenza della stessa celiachia) oppure il diabete con retinopatia.
Sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive, che taluni attribuiscono all’impatto psicologico della malattia fisica, mentre altri sostengono che Leopardi avesse il disturbo bipolare, il che spiega i frequenti cambi di umore nel corso della vita, dall’euforia più totale alla disperazione inconsolabile, che, pur nella lucida e continua consapevolezza dell’”esistenza come dolore”, è possibile ritrovare anche nella sua poesia. Tutto questo rese certo più acuto il suo disagio sociale, anche a causa della sua innata timidezza, facendolo sentire in condizione di iniziale inferiorità nei confronti del mondo, e spingendolo a indagare profondamente il dolore e la condizione umana.
La conversione filosofica: dal bello al vero
Dopo il primo passo verso il distacco dall’ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale, che il poeta definì l’unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.
La teoria del piacere
La “teoria del piacere” è una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.
La “teoria del piacere” sostiene che l’uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito, come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell’uomo, che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l’uomo può figurarsi piaceri inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all’immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all’uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un’illusoria felicità. Anche l’occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita dell’uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l’umanità (vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi). La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni “bagattella”, ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza. Secondo Leopardi, l’umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all’immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l’immaginazione ad indebolirsi, fino a sparire del tutto negli adulti.
Fonte: Vikipedia

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