NewEntry.eu - Ogni adolescenza
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Ogni adolescenza

A leggere i giornali sembra che oggi l’adolescenza sia diventata una guerra. Ragazzi che si drogano, vanno in coma etilico, si picchiano, aggrediscono extracomunitari e non, si prostituiscono, uccidono ma soprattutto si uccidono.
La storia del ventenne che ha lanciato dall’ottavo piano la sua ex ragazza e poi si è buttato è un concentrato di incubi, e la lettera che ha lasciato ai familiari un manuale del terrore di sensi di colpa per i genitori.
Pietro era stato adottato, i genitori benestanti si erano poi separati, non andava bene a scuola, aveva avuto prime esperienze fallimentari di lavoro però viveva con la mamma e possedeva motociclette, cani e tutto quello che desiderava, tranne l’amore che voleva lui.  La sua ragazza diciannovenne, dopo averlo sopportato a lungo quando minacciava il suicidio e mostrava il suo squilibrio, da poche settimane l’aveva lasciato, forse per provare, troppo tardi, a proteggersi da tutto quel dolore. Il fatto è che l’adolescenza è sempre stata una guerra.
Una tempesta ormonale, cerebrale, psicologica, un momento potenzialmente pericolosissimo oltre che terribile e bellissimo per l’intensità delle emozioni che si provano, dagli slanci che si è capaci di avere nei confronti del prossimo, del bisogno di assoluto che stimola ma devasta. Il Werther di Goethe che duecentoquarant’ anni fa si sparava per amore di Lotte aveva vent’anni, come lo Jacopo Ortis di Foscolo che si piantava un pugnale nel cuore per Teresa. I fiumi di alcol che si scolavano gli invitati alle feste del Gatsby di Fitzgerald non erano inferiori a quelli che il sabato notte oggi mandano all’ospedale frotte di ragazzi stravolti. Nessuno comunicava alle sfrenate feste di Gatsby, “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome” tra le quali il più solo era proprio lui, che non compariva nemmeno, che dava le feste solo nella speranza di attirare Daisy, il suo grande amore perduto.  E anche ai tempi di Fitzgerald si scrisse che era colpa della mancanza di affetti autentici, della solitudine, del crollo dei miti, dell’incomunicabilità e dell’indifferenza.

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Ogni adolescenza,
Tre allegri ragazzi morti, 2001,
canzone obbligatoria

Quando ero adolescente io, dieci anni fa, il sabato sera non circolavano gli shottini di vodka ma la cannabis, l’eroina e la cocaina, che non erano molto più salutari, e gli amici fatti che bisognava riportare a casa o al pronto soccorso non si contavano. L’adolescenza è da sempre una guerra, soprattutto nelle famiglie e nelle società benestanti. I ragazzi che hanno bisogni primari, o Anna Frank, più difficilmente passano il tempo a ubriacarsi o ad ammazzarsi.
Che cosa ci possiamo fare? Forse niente. Forse cercare di essere adulti, almeno noi che abbiamo quasi trent’anni, di esserci senza soffocare, di ascoltare, di contenere il nostro narcisismo e il loro, le nostre insicurezze e le loro, di mostrarci adulti. Di comportarci bene, soprattutto. E’ difficile. La mancanza del grande amore assoluto che ti salva, che sia quello di Dio o di un’altra persona, devasta tutti, non solo gli adolescenti. Ma noi siamo costretti a diventare adulti: se non siamo capaci di farlo per il bene della società o della nostra coscienza, forse ci possiamo provare per il bene dei nostri figli.

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