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Sentirsi in pace...

Gentile Dr.ssa,
le scrivo perché è ormai parecchi mesi che un sogno mi tormenta. Sto camminando nella via principale del mio paese, su un tappeto rosso e in parte a me c’è la folla, un sacco di persone che mi indicano, ridono e sparlano di me e dalla vergogna mi metto a correre e scoppio a piangere. Ho pensato che potesse essere collegato al mio timore di non piacere alle persone e di essere criticata dagli altri per tutto quello che faccio. E la cosa più brutta è che anche a me capita di criticare le persone. Lo faccio senza nemmeno rendermene conto. Come posso fare per sentirmi più in pace con gli altri?
La ringrazio in anticipo per la sua risposta,
Sara

Un vecchio faceva il cammino con il figlio giovinetto. Il padre e il figlio avevano un unico piccolo asinello: a turno venivano portati dall’asino ed alleviavano la fatica del percorso. Mentre il padre veniva portato e il figlio procedeva con i suoi piedi, i passanti li schernivano: “Ecco,” dicevano “un vecchietto moribondo e inutile, mentre risparmia la sua salute, fa ammalare un bel giovinetto”. Il vecchio saltò giù e fece salire al suo posto il figlio suo malgrado. La folla dei viandanti borbottò: “Ecco, un giovinetto pigro e sanissimo, mentre indulge alla sua pigrizia, ammazza il padre decrepito”. Egli, vinto dalla vergogna, costringe il padre a salire sull’asino. Così sono portati entrambi dall’unico quadrupede: il borbottìo dei passanti e l’indignazione si accresce, perché un unico piccolo animale era montato da due persone. Allora parimenti padre e figlio scendono e procedono a piedi  con l’asinello libero. Allora sì che si sente lo scherno e il riso di tutti: “Due asini, mentre risparmiano uno, non risparmiano se stessi”. Allora il padre disse: “Vedi figlio: nulla è approvato da tutti; ora ritorneremo al nostro vecchio modo di comportarci”.
Questa favola di Esopo spiega bene come ci si sente quando ci si ritrova in balia dei giudizi degli altri, quando si farebbe di tutto pur di sentirsi accettati e riconosciuti. Spesso diamo cosi importanza alle spiegazioni che gli altri danno ai nostri comportamenti che le prendiamo come se fossero  descrizioni vere, investiamo gli altri del potere di rappresentarci, di classificarci, di dare un nome alle nostre relazioni.
Scoprire come siamo non è facile. Complessi, multiformi, in continuo cambiamento, preferiamo delegare a qualcuno il compito di etichettarci pur di vivere nell’angoscia e nella paura di non sapere chi siamo, come siamo e se saremo le stesse persone anche nel futuro. E cosi, fin da piccoli, accettiamo di essere testardi, cocciuti, disordinati, puntigliosi, paurosi, coraggiosi ecc. senza pensare che queste descrizioni non sono altro che il prodotto di un osservatore tanto immerso nella realtà quanto lo siamo noi. Ma quanto credito possiamo dare a queste osservazioni? Non c’è proprio alcuna ragione per pensare che potrebbero essere più verosimili delle nostre. I pensieri che gli altri fanno su di noi o che noi facciamo sugli altri sono solo delle ipotesi, non sono realtà. Ma possono essere molto utili perché ci possono dare o ci permettono di fornire un punto di vista diverso delle cose, una visione alternativa di un comportamento o di un insieme di azioni. La condizione è una sola: che siano ipotesi nate da un sincero interesse verso la situazione o la persona, da un profondo desiderio di prendersi cura dell’altro.
 Dott.ssa Rita Ghezzi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Psicologa clinica e psicoterapeuta in formazione

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