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Ricordo il tremore

Tremavo come una foglia, attribuendo colpe al vento, all’autunno, alla pietra della panchina dove ero seduta. Abbassavo lo sguardo, strizzavo gli occhi, mi allontanavo dal presente, tutto pur di non ammettere che tremavo perché avevo paura. Quella paura che ti stringe e ti afferra lì in mezzo, tra lo stomaco e le viscere. Ti stritola tanto da farti trattenere il respiro e mancare il fiato. La paura delle “grandi occasioni”, quella che temi e allo stesso tempo ti affascina perché è preludio di un salto, un salto nel vuoto.
Io non salto mai. La mia goffaggine mi riserva l’onore di inciampare anche mentre cammino per una strada piana, un salto è decisamente troppo. Troppe le variabili, troppo il rischio.
Ecco, io nemmeno rischio mai. Non senza una bella lista di pro e contro di gommapiuma pronti ad attutire ogni colpo. Fare e disfare, fare e disfare tutto da sola.
Tremavo, ricordo bene che tremavo.
Nella mia testa si affollavano mille “e se…?”, frasi incompiute il cui unico scopo era fare confusione, confusione e ancora confusione.
Eppure, in un soffio: “…io ho paura.”.
Non c’erano pro e contro, non c’era logica, non c’era una scelta razionale. In un solo respiro. “Anch’io.” Non ero più sola. E ho saltato.

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