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Qui si sta bene

Ora si che si sta bene. Questo leggero venticello e la frescura dell’erba, sono un sollievo dopo il caldo torrido che c’era in quell’infernale auto. Adoro l’estate, ma proprio non sopporto quella vampa di calore che ruggisce fuori dalla portiera aperta. Dopo un pomeriggio assolato.
Entrai in auto per tornarmene a casa. Non aggiungo finalmente, perché questo è un periodo di tensioni, che fanno riemergere antichi dissapori. Moglie e marito, si sa. Se si aggiungono anche i figli, poi. Ognuno con le sue esigenze, i propri bisogni e le proprie necessità. Ognuno con i propri gusti ed esperienze. Papi ho fatto questo, Papi vuoi vedere il disegno? Bello per carità, ma lasciatemi respirare! Come ora. Qui disteso in mezzo ad un inaspettato verde.
Avevo preso anche dei fiori, per fare pace. Non sono mai stato propenso al mazzo di fiori, perché è come accettare la resa. È come dichiararsi colpevole. Però ad un certo punto bisogna smettere di farsi la guerra, voltare pagina e andare avanti.
Le stavo mandando anche un messaggino sul telefono, per far pace. Perché non si può mica odiarsi, quando si dorme nello stesso letto.
A volte abbracciati. A volte schiena contro. Nutrendo insieme milioni di acari, che quietamente aspettano la nostra continua desquamazione.
Digitai sul nuovo telefonino le parole giuste per riavvicinarsi senza scusarmi, che è un po’ un’arte. Ma il correttore automatico non mi permetteva di esprimermi al meglio e quindi scorsi l’elenco delle alternative, prima di dare l’ok.
Neanche trovai quella giusta, quando lo stridore dei freni distolse la mia attenzione dallo schermo LCD. Un autotreno rosso lanciato in corsa folle, saltò lo spartitraffico tra le due corsie, come in quei vecchi telefilm americani in cui non si badava a spese nelle scene di incidenti. Vidi chiaramente l’autista con una mano sul grosso cerchio nero del volante e l’altra mano che saldamente afferrava invece un cellulare, di quelli piatti e grossi. Naturalmente di ultima generazione. Sul vetro era applicato un adesivo col nome “Picio”. Non credevo che si usassero ancora i CB nelle comunicazioni tra autisti ma evidentemente mi sbagliavo. Dietro alla motrice rossa una cisterna d’acciaio fece la stessa acrobazia ma con molta meno grazia, interrompendo il volteggio a mezz’aria, cadendo goffamente sull’asfalto. Proprio davanti a me. Non so come notai tutti questi particolari, perché il tutto durò il tempo di un secondo. O forse due.
Dopo l’urlo dei freni il boato e crash, tud bang.
Diavolo! Un attimo di distrazione. Eccheccavolo! Misi l’amore davanti alla prudenza. Magari l’autista dell’autotreno stava facendo lo stesso, scrivendo alla sua compagna di vita, per farla sentire amata, seppur a distanza.
Due cose mi vengono in mente in questo momento. Spero che i fiori verranno trovati e portati a lei, che capirà quale sia stato il mio ultimo pensiero e magari si sentirà un po’ in colpa per quelle stupide battaglie. L’altro è che ora ho capito perché si chiami materia grigia quella che serve a ragionare. Mi sta colando fuori dal cranio e posso confermarlo: è proprio grigia! Ora sento questa leggera brezza e ne godo. Qui si sta proprio bene.
un racconto breve di AGO

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