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Ciao bambina

Aveva gli occhi scuri, grandi delle bambine indiane, Rubina. Aveva 12 anni e portava il velo intorno al capo, che le lasciava scoperto il viso e le si poggiava leggero sul seno appena accennato. Forse si vergognava di quel corpicino da farfalla che esce dal bozzolo, si stringeva nelle spalle, teneva gli occhi bassi per non fare leggere a nessuno la rabbia, e la paura, che c’erano dentro. Nascere femmina in Bangladesh, triangolo di Paese ai piedi dell’India, è una condanna ancora oggi nel 2015. Non hai
diritti, non hai futuro: in Bangladesh la legge è bugiarda, scrive che sei tutelata e invece sei solo una palla al piede per le famiglie povere, perchè non troverai mai lavoro e non porterai mai a casa un taka (la moneta locale).
Appena il velo appunto ti disegna addosso forme di donna, addosso ti vengono puntati anche gli occhi dei maschi, che se sei fortunata ti molestano, se no ti violentano e se sopravvivi peggio per te, sarai la vergogna dei tuoi genitori e mai troverai un marito che voglia una disonorata e finirai in qualche bordello a vendere ciò che resta di te. Dunque nei Paesi come il Bangladesh e l’India e molti altri ancora, a 12 anni diventi merce di scambio: se la facciamo sposare subito, adesso che sta ancora a metà tra i sogni e la realtà, la sistemiamo.
E forse la salviamo, pensano quasi sempre mamma e papà (non ho detto senza dolore).
Questa che ho deciso di raccontarvi è la storia breve di Rubina, alla quale piaceva studiare e chissà cosa desiderava per sé se fosse mai diventata grande: la sua famiglia ha deciso di maritarla a un uomo più vecchio e più ricco. Ha messo da parte in fretta la dote, prima che alla figlia venisse in mente di crescere che poi nessuno l’avrebbe voluta più: il corrispondente di 400 euro e una bicicletta da uomo. E con il suo sacchettino di soldi e la sua bici Rubina è diventata una dei 14 milioni di spose bambine alle quali ogni anno, in tanti angoli del mondo, tocca in sorte tale disgrazia.
Ogni giorno 39 mila ragazzine tra i 12 e i 16 anni vanno in moglie a un uomo più vecchio, che le compra e ne fa poi ciò che vuole, casalingo trofeo da chiudere a chiave o da velare del tutto, neanche il naso fuori.
Che se ti azzardi a piangere nessuno le vede nemmeno le tue lacrime, e poi cosa c’è da piangere, sei stata fortunata.
Un coraggioso maestro di scuola si è accorto della tragedia di Rubina: dov’era finita quella bambina così brava e avida di conoscenza? Quante assenze, troppe. Tanto che più volte è andato a casa dalla bambina, per capire. I genitori negavano: è dai nonni, è da amici, è tutto a posto, tornerà. E ogni tanto Rubina sui banchi ci tornava davvero, ma sempre più stretta nelle spalle, sempre più piccola e silenziosa, sempre di meno. Finchè un giorno il banco è rimasto vuoto, e poi il giorno dopo ancora, e ancora. Il maestro si è ripresentato dalla madre, l’ha supplicata, voleva sapere: e ha saputo. Rubina si era sposata, non viveva più lì. Un mese dopo, nel paesino si è sparsa veloce e pesante come una valanga la voce che Rubina si era impiccata con il suo velo: l’aveva annodato in alto, nel bagno della casa dei genitori, ed era volata via, se n’era andata per sempre. Quella vita da incubo non era sopportabile.
PAUSA PUBBLICITARIA
Ciao bambino, di Emanuele Dabbono.
Premio della Critica come miglior canzone
originale al Festival di Castrocaro nel 1997.

Aveva 12 anni, Rubina. Io a quell’età giocavo con i soldatini e le macchinine insieme ai miei cugini, andavo con i pattini a rotelle su e giù per il mio paesello in montagna e mangiavo le rotelle di liquirizia. E se mi avessero detto che dovevo andare a dormire fuori casa anche solo per una notte, avrei pianto. Rubina non ha fatto in tempo a diventare donna anagraficamente, ma la disperazione e l’assenza di futuro (capite cosa vuol dire non poter sperare?) l’hanno resa una bambina centenaria, umiliata, approfittata, sfinita, anzi impossibilitata a vivere. La sua morte mi è entrata dritta nel cuore, proprio mentre il Papa pensa non solo a
matrimoni crollati e a coppie di ogni foggia, ma certo anche alle violenze sulle spose bambine, appunto, e a tutti i soprusi che si consumano in milioni di famiglie. L’associazione Terre des Hommes ha scelto la storia di Rubina per la campagna Indifesa e per sensibilizzare tutti noi, che le figlie di 12 anni le portiamo al tennis. Ieri sera ho appeso la sua foto sopra lo specchio del bagno, per ricordare lei e la sua bicicletta. E per chiederle scusa.

La Jù.
http://www.alegraaa.blogspot.it/
http://www.facebook.com/laju.franchi

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