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“Il catino di zinco” di Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini è nata a Dublino il 27/10/1961. Diplomata presso l’Accademia Nazionale d’arte Drammatica si esibisce come attrice di teatro, cinema e televisione ma è conosciuta soprattutto come scrittrice. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega 2002, premio Grinzane Cavour 2002), Venuto al mondo (premio Campiello 2009), Nessuno si salva da solo (da cui è tratto il film in programmazione nelle sale dal mese di marzo) e Mare al mattino. Vive a Roma con la sua famiglia.

“ Il buio scese senza avvertimento: m’ero distratta, e nella finestra non si vedeva più il cielo. Era una notte senza luna. Allarmatami mi voltai: nonna, sebbene avesse gli occhi riversati nella finestra, non sembrava essersi accorta di quella sparizione. La tristezza fu solo mia. Sapevo che, morendo, avrebbe avuto solo mura bianche attorno a sé, e una finestra cieca,verso la quale non valeva più la pena di guardare. Tirai le tende. Nessun alba avrebbe ricomposto, per lei, quel quadro azzurro, che a tratti si sbavava di verde. Non più cielo,non più alberi, non più baci… Niente. Così è la morte.”
Quest’opera d’esordio della Mazzantini è un racconto autobiografico nel quale narra la vita di sua nonna Antenora, figura di spicco nella sua esistenza, alla quale è stata legata da sentimenti contrastanti.
Il romanzo apre con la sua morte e la nipote, addolorata, ne tratteggia un bellissimo ed evocativo ritratto raccontando della sua vita. Inizia dalla giovinezza fino ad arrivare alla morte attraverso le varie tappe significative della sua esistenza: dalla famiglia d’origine, al matrimonio; alla prima notte di nozze; alla trepidazione per i figli; alla guerra; alle difficoltà dei soldati che partivano per il fronte, alle tribolazioni di chi rimaneva a casa, alla fame, alla povertà, all’incertezza del futuro, all’amore per i nipoti, alla vecchiaia con gli acciacchi e le sue solitudini ed ai suoi ultimi giorni di vita.
“Nella vita i soldi c’è chi li fa, chi li mantiene e chi se li gode”. Don Sauro Cerquaglia, il nonno di Antenora, apparteneva alla terza specie, si godeva quel che gli altri avevano accumulato, faceva la bella vita vendendo, al bisogno, degli appezzamenti di terreno. Egli considerava le proprie figlie, Restituta e Ramonda, la causa prima dei suoi malanni e quindi desiderava maritarle al più presto e col minor danno economico possibile. Con un  imbroglio riesce a far sposare la figlia maggiore Restituta ad un maresciallo, ma quando un professore gli chiede la mano di Ramonda egli si oppone perché, anche se colto, restava sempre figlio di contadini e fratello di un porcaro. I due innamorati, allora, lo mettono davanti al fatto compiuto, fuggono e solo successivamente possono sposarsi.
Antenora cresce in una famiglia dove la paga del padre, insegnante al liceo, non basta certo a crescere sei figli, quattro maschi e due femmine, e pagare una domestica che aiuta la madre Ramonda incapace di gestire una casa e le spese famigliari con oculatezza. Il professore, alla fine di ogni mese, consegna tutto lo stipendio alla moglie; solo la domenica gli chiede due soldi per il suo vizio: un sigaro da ciucciarsi spento per evitare brontolii ma lei invariabilmente si lamenta che il denaro non basta. La sua sventatezza li fa vivere al di sopra delle proprie possibilità.
Antenora è oculata, conserva le piccole mance nel salvadanaio; verranno utili per le sue esigenze di signorinella: una borsetta, delle calze ecc. E’ proprio una farfalla disegnata sulla sua calza che colpisce l’attenzione di Gioacchino, un giovane alto e delicato che conoscendola se ne innamora. Lui è uno studente universitario, le fa una corte serrata ma lei non ha fretta perché  non sa che farsene di un ignorante. Trascorrono dieci anni prima che si sposino ed essendo in tempo di guerra, per rispetto alla patria, Antenora rinuncia all’abito bianco e, dopo la breve cerimonia ed un sobrio rinfresco, partono per pochi giorni in viaggio di nozze a Venezia. Al ritorno lui é assunto come funzionario presso la banca locale e quindi si stabiliscono a vivere al piano superiore nello stesso palazzo dove Antenora é cresciuta. Già da ragazza, in famiglia, aveva manifestato la sua forte personalità ma sarà dopo, durante la vita coniugale, che conosceremo appieno tutte le sue qualità di donna,  di moglie e di madre : la determinazione, l’orgoglio e il coraggio nell’affrontare e superare le avversità della vita in quei tempi così difficili. Il catino di zinco, a quel tempo, fungeva da lavandino, un oggetto quindi d’uso quotidiano dove ci si lavava, ci si “puliva”;  viene citato dall’autrice in diverse circostanze del racconto: quasi un testimone delle vicende famigliari, un simulacro del proverbio “I panni sporchi si lavano in casa”. Esso rappresenta la quotidianità e proprio attraverso la quotidianità di Antenora scopriamo lo stile di vita dei tempi antichi, l’evoluzione del nostro paese da inizio secolo ad oggi con una particolare attenzione ai mutamenti avvenuti in seno alla famiglia; al ruolo sempre più marcato della donna che ha saputo imporsi sia come matriarca che nell’ambito delle conquiste sociali.
Gaboardi Angela

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