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Verità e sfumature

”Parliamoci chiaro”. Ho sempre temuto questa frase, che non è mai un invito alla trasparenza, ma l’apertura delle ostilità. Così scrive Giuseppe Pontiggia in Nati due volte.
Mi piace questa osservazione, la condivido. Mi fa pensare all’uso indiscriminato e violento della verità, come se la verità fosse una sola, netta, limpida, che o si dice o si entra nel regno della menzogna. Bianco o nero.
Ovviamente non è così. Ci sono verità semplici e verità complesse, verità che fanno star bene e verità che causano dolore: non possono essere trattate tutte allo stesso modo, espresse con la medesima linearità. La verità spietata può distruggere come troppa luce può accecare: penso, per esempio, alla comunicazione di una diagnosi. O anche quando un amico ti vuole dire cosa vede in te che non va: mica è semplice, mica ti può snocciolare l’elenco delle tue mancanze, così, nudo e crudo. Persino una verità bella, un complimento, può non essere facile da dire e da accogliere.
Mi piace pensare che la maturità (non necessariamente quella anagrafica) si accompagni alle sfumature, alla complessità e non all’aut aut, alla morbidezza dell’insieme e non alla crudezza di linee nette. Siamo intrecciati di luci e ombre (qui i miei amici sorrideranno: luci e ombre è un po’ il mio soprannome, è una delle mie espressioni preferite). Le ombre non distruggono le luci, e le luci non hanno meno valore per le ombre che inevitabilmente gettano.
Anche lo sguardo psicologico sulle ombre non deve distruggere: una volta che so che sono narcisista, egoriferita, che ho una sindrome di onnipotenza e altro ancora… questo cosa cambia? Cambia se poi rimetto quelle etichette nell’insieme della mia personalità, se cerco di comprendere, di vedere quando e come quelle parti agiscono, se  mi impegno per cambiarle, se ci provo e ci riprovo, se ne comprendo il senso, le finalità, se ne vedo anche gli aspetti un po’ costruttivi, magari come strategie di sopravvivenza in una certa fase di vita…Le etichette distruggono nella loro crudezza e verità. La complessità salva, nella sua accoglienza saggia e non ostile. E complessità non vuol dire confusione, giustificazione di tutte le ombre, raccontarsela. La complessità mostra linee nette e definite, ma non le isola. L’impegno etico con me stessa è guardare ciò che c’è, cercare di individuare anche le linee nette. Però, poi, se non aggiungo uno sguardo anche amorevole, non riesco a cambiare. Mi blocco nel senso di colpa o nel giudizio che mi inchioda e mi immobilizza. Lì non c’è via d’uscita, perlomeno per me. Ho bisogno di calore, di sfumature, di sguardi benevoli. Ho bisogno di mettere le ombre in un quadro e non in un’etichetta, di vedere l’insieme dell’immagine e non la singola linea. Lo sguardo amorevole mi spinge a lavorare su me stessa, quello giudicante mi spaventa e mi congela. Auguro sguardi benevoli e amorevoli a tutti, per tutti gli anni a venire…
Rebecc
a

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