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“Cosa tiene accese le stelle” di Maria Calabresi

Le voci di tanti italiani si intersecano in questo libro in un’unica e grande storia: quella che ci rende protagonisti ogni giorno della nostra vita.
Mario Calabresi decide di ascoltare, prima di tutto, il racconto che risuona nella memoria di alcune persone, lascia che tante storie si intreccino tra loro e fa emergere quel filo rosso che tiene unite tutte le voci di coloro che “non hanno mai smesso di credere nel futuro”. Troppo scontato, forse, sarebbe stato intitolare questo libro nessun rimpianto, ma se c’è una consapevolezza che emerge è proprio questa: se è vero che ogni istante di vita passata può contare almeno su una fatica, è altrettanto vero che il futuro ha sempre portato con sé un’ondata di benessere e di speranza. Ed ecco che il testo si apre con la testimonianza della nonna di Calabresi che ha capito bene quale era l’ancora lanciata nel suo futuro, la macchina per lavare. E via di seguito tutte le testimonianze appassionanti che arricchiscono le pagine di questo volume si susseguono una dopo l’altra. Svariati i temi e gli intervistati; dal calcio alla salute, dall’economia alle relazioni, dallo Spazio, dove vivono le stelle, al tempo in cui le stelle continuano a brillare. Viviamo forse in un mondo più violento e aggressivo del passato o ne siamo più informati? È Moratti che descrive ciò che vedeva dello stadio: “Da bambino abitavo a poche centinaia di metri dalla stadio San Siro e ogni domenica pomeriggio mi mettevo con i miei fratelli alla finestra ad aspettare di vedere i lacrimogeni e le cariche della polizia. Mi ricordo le auto incendiate […]. Per risentire quei tonfi di manganelli, il rumore delle pietre contro gli scudi, i vetri rotti, le auto incendiate che esplodono avrei dovuto aspettare vent’anni, fino al G8 di Genova, e in mezzo a quel delirio la prima cosa che mi venne in mente era l’inferno all’uscita della stadio negli anni Settanta.”
L’entusiasmo e la determinazione non mancano nelle parole di questa ragazzina: “Prima di mettersi in spalla uno zaino rosa con sopra le fatine, Amal mi ripete la sua filosofia. […] -La vita è questione di volontà, se uno non vuole non fa. Io non voglio proprio accontentarmi, voglio poter scegliere, voglio provare a puntare in alto e a conquistarmi la mia libertà.”
Ritorna la voce della nonna che questa volta non è impegnata nelle faccende di casa, ma aspetta con pazienza il marito: “Ogni volta che mio nonno partiva per lavoro, la nonna passava la serata su una sedia piazzata in mezzo al corridoio per stare vicino al telefono: doveva essere pronta per rispondere alla signorina del centralino. Se avesse perso la linea, chissà quante ore avrebbe dovuto aspettare ancora. […]
Pensate a come il cellulare abbia rotto ogni dipendenza dai luoghi, regalandoci però una dipendenza totale dall’oggetto telefono. La voce della signorina, che si inseriva nella comunicazione per chiedere: “Raddoppia?”, scandiva i tempi delle confidenze, troncava qualunque discorso rompeva il filo del discorso, metteva fretta agli innamorati come a chi stava litigando o discutendo un affare.
E ancora un giovane laureato in Italia che trova il suo successo all’estero: “Eravamo la coppia peggio assortita per avere successo nella Silicon Valley: un vecchio professore senza esperienza nel business e un ragazzo straniero appena sbarcato, che porta in dote soltanto una tesi di laurea. John, però, aveva avuto l’intuito di capire cosa c’era di valido nella mia ricerca. “Eravamo molto improbabili ma perfettamente complementari.” Numerose sono le voci che lasciano spazio ad un brivido di entusiasmo: è ancora possibile credere nel futuro e queste testimonianze appuntate con precisione sono qui a ricordarcelo. Le parole di Calabresi sono sempre ricche di vita e sembrano ricordarci l’importanza del passato come strumento capace di creare lo spazio necessario affinché la memoria viva. Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, si iscrive al corso di laurea in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, e successivamente a quello in Storia. Frequenta l’Istituto per la formazione al giornalismo «Carlo de Martino» di Milano. Nel 1998 è all’ANSA come cronista parlamentare, nel 1999 passa a «La Repubblica», nella redazione politica. Dal 2000 al 2002 è a «La Stampa», per la quale, da inviato speciale, racconta gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2002 torna a «La Repubblica», come caporedattore centrale vicario, e dal 2007 è corrispondente per il giornale da New York, da dove racconta la campagna elettorale presidenziale del 2008.
Il 22 aprile 2009, a 39 anni, è nominato direttore de «La Stampa». Oltre a Cosa tiene accese le stelle (Mondadori, 2011) è autore di Spingendo la notte più in là (Mondadori, 2007), libro dedicato alle vittime del terrorismo; La fortuna non esiste (Mondadori, 2009); Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa (Mondadori, 2015).
Flavia T.

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