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Lo scrittore non può mettersi al servizio di quelli che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono

“ Lo scrittore non può mettersi al servizio di quelli che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono”
Albert Camus.

Ognuno di noi è nella storia, a cominciare da quella personale, vissuta in prima persona, possibilmente vivendola bene e con dignità di uomo.
Il comparire o meno nella Storia è un fatto secondario, anche perché non sempre chi vi compare è un gentiluomo o gentildonna, e a volte le loro azioni non sono proprio
encomiabili. Per lo più queste persone hanno fatto parte di quella cerchia che definiamo come detentori del potere.
Ebbene uno dei capisaldi della moderna concezione della ‘politica’ si basa, in pratica si baserebbe, sulla tripartizione di esso. Di fatto, per il singolo, è una ripartizione di forze apparentemente
poste in modo da controbilanciarsi l’una con l’altra, sono invece coalizzate per avere il dominio sul resto della popolazione di uno Stato. Se questi poteri, che utilizzano la forza perché sono i soli detentori di essa, fossero al servizio dei cittadini ci sarebbe poco da eccepire. Purtroppo tutti noi possiamo vedere che il servizio se è tale è scadente, volto come è a potenziare di continuo il potere della parte detentrice e non certo a migliorare le condizioni di vita di noi non detentori, ma servitori di governanti, parlamentari e magistrati. Eppure i propugnatori di tale suddivisione ebbero una buona idea, ma la pratica smentì il loro ideale.
Perché l’attuazione non fu all’altezza dell’ideale. Attualmente uno dei capisaldi, teorici, dei sistemi politici è quello proprio della suddivisione dei poteri nell’ambito della gestione degli affari statali. Questo sistema in Italia è descritto minuziosamente nella nostra Costituzione (rimando alla lettura del testo a comprova dell’asserto). Storicamente, almeno in certi stati europei e forse un po’ dappertutto nel mondo, questo accadde in reazione all’assolutismo monarchico, sviluppatosi lentamente a partire dal medio evo e arrivando al suo apice nel 17° secolo. Va da sé che la storia ci mostra una grande varietà di sistemi di gestione dello stato, dal dispotico al democratico. Col tempo questa ripartizione del potere, abbattuto il sistema accentratore, si è fatta largo, almeno teoricamente, a volte solo sulla carta, un po’ dovunque. Ma riflettendo su essa mi è venuto, fatti alla mano, più di un dubbio sulla sua effettiva efficacia, sull’effettivo beneficio che il singolo cittadino ne trae. Perché almeno in Italia questa ripartizione del potere, stante la situazione di fatto, la definisco una pseudo suddivisione dei poteri. Non siamo certo sotto il regime assolutista o sotto una dittatura esplicita, in cui il re è poco meno di un crudele tiranno che può arrogarsi il “lo stato sono io” o sotto il tallone di un sanguinario dittatore. E d’altra parte non condivido l’assunto di Hobbes quando teorizza la necessità di un super lupo che tiene a bada i lupacchiotti reprobi nei riguardi di altri lupacchiotti. Però, ed è la mia obiezione, che ne viene a me singolo, parlo per me e ognuno tragga le sue conclusioni per sé, del fatto che il potere si sia diviso in tre; potere è, potere resta, ed è il solo che possa usare la forza e la violenza sugli inermi. Un conto è servizio e più servizi non fanno male, specialmente se c’è reciprocità tra potere e singolo. Perché anche l’autorità non la rinnego, forse è necessaria, ma è più necessario essere autorevoli. Molti mi hanno detto, lungo l’arco della mia esistenza, che occorre qualcuno che comandi, che diriga, ecc, forse nel privato, dove chi dà disposizioni lo fa prima di tutto mettendo mano al proprio borsellino e rischiando del suo, ma nel pubblico, nella gestione dello Stato, non vedo servizio a meno che non si spacci per tale la pessima amministrazione, gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, nel piccolo calderone locale (Sanremo docet) e nel grande calderone, Roma e in certe regioni. Va detto che per nostra fortuna esistono pure amministratori e impiegati ai vari livelli, che sono degni di lode, per fortuna nostra esistono pure essi! Se il governare si riduce al continuo mettere mano nel borsellino ( mi è stato fatto notare che sono un po’ venale parlando spesso di borsellino, ma è bene essere chiari: lo Stato è il denaro che noi gli diamo) del contribuente, fatto che non necessita di lauree o di titoli altisonanti. Se il legislatore si perita della curvatura delle banane e di sfornare leggi-vincolo per gli altri e non anche per sé in una produzione a ciclo continuo di disposizioni legislative, se il magistrato tratta con il guanto di velluto certi rei e certi altri col pugno di ferro, o applica la legge non nel suo spirito, allora mi chiedo a me che me ne viene che il Potere non sia uno ma trino? Che le decisioni altrui mi passino di continuo sopra la testa e mettano in subbuglio la mia esistenza? Ve ne siete accorti che da un po’ di decenni siamo sulla corda tesa tutto l’anno? Che la mia innocenza non sia un fatto a priori (per non parlare dei processi che si protraggono per decenni) e che i magistrati non siano sindacabili e anche quando sbagliano non pagano di tasca propria e meno che meno si scusano per eventuali errori commessi (a me pare che a volte siano equiparabili a delitti belli e buoni).
E che dire di certi processi che costano milioni di euro, pagati dai contribuenti, che si chiudono con un pugno di mosche? A volte dobbiamo supplicare per avere ciò che ci spetterebbe di diritto,ma siamo deboli e a questo siamo ridotti! E dobbiamo pagare anche per questo. A volte si fa il paragone tra governo e padre (i genitori) di famiglia. Ma il paragone non regge ed è un’usurpazione. Perché se in una famiglia i genitori dirigono, legiferano, giudicano e a volte puniscono … in una famiglia c’è la componente amore, la chiave di volta che tutto regge. Ecco perché il paragone non regge, non penso che chi detiene il potere parli d’amore e agisca per amore…ma solo del potere per il potere. Certamente un genitore non è spinto ad agire nei riguardi di chi ‘subisce’ la sua azione per un potere che farebbe solo sorridere, prima di tutto egli stesso. È pur vero che ci sono genitori che maltrattano e a volte uccidono dei figli e figli che fanno altrettanto ai genitori, ma sono eccezioni, diversamente saremmo estinti da tempo. Inoltre un genitore, almeno in teoria, è il primo attuatore di ciò che prescrive, ricorrendo all’esempio prima di tutto con la sua vita quotidiana e non solo con i buoni suggerimenti, sempre frutto d’amore e non certo di pura coercizione. Mentre il più delle volte un governo, un parlamento, la magistratura non sono certo mossi da amore per il popolo, almeno qua in Italia non mi pare che questo sia il motore immobile della loro azione. E per quanto riguarda gli altri Stati nutro delle perplessità, dei dubbi, ma mi arresto qui nel giudicarli perché non sono un loro abitante. Mi accontenterei che il potere e la sua forza si dispiegasse per fare gli interessi dell’Italia, se non per il singolo cittadino, anche perché così facendo qualcosa di utile ne verrebbe anche a ognuno di noi singolarmente. Credo che come persona il mio impegno non possa ridursi al solo mettere mano al borsel-lino, a dire solo sì a tutto ciò che mi venga proposto da chi mi governa. Credo altresì che la legge sia un’egida e non la Gorgone pietrificante. Camus ebbe a scrivere che “la legge trova la sua giustificazione suprema nei benefici che reca alla società di un dato tempo e luogo” parole che sottoscrivo. Lo Stato è il denaro, ma deve pure esserci lo spirito, ci deve essere l’ideale operante, la linfa del buon vivere civile che coniuga sacrificio e beneficio.  Purtroppo ci sono grandi e piccoli parassiti molesti che di spirito e ideali se ne infischiano e allora forse ha ragione Fedro, favola sedici, “il susseguirsi delle signorie è un mutare di nomi per il povero”. Albert Schweitzer, nei primi anni del secolo scorso, scrisse: “Viviamo in un’epoca in cui la giustizia è svanita. I nostri Parlamenti producono a cuor leggero leggi contrarie alla giustizia. Gli Stati trattano i loro cittadini arbitrariamente, senza tentare di conservare un senso di giustizia“, parole ancora attuali. Tuttavia è bene chiarire che la Giustizia è un sentimento, è insito in noi fin da bambini. Mentre nei Palazzi e nei Tribunali si parla impropriamente di giustizia, in essi ci si riferisce solo alla legge positiva, quella nero su bianco, che, con la giustizia, a volte non ha niente da spartire. Chiudo con Goethe: “Ne ho viste di repubbliche e la migliore è quella che concede ai governanti oneri, non privilegi”.
Armando Tomasi
23 ottobre 2015
Torre Boldone

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