NewEntry.eu - Emma & Francesco
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Emma & Francesco

Di tutte le telefonate di Papa Francesco, quella a Emma Bonino mi ha colpito più di ogni altra. Chiamare Eugenio Scalfari era un atto di curiosità intellettuale. Chiamare Paolo Brosio era prima un falso e poi una riparazione per altrui peccati. Chiamare Emma Bonino, un gesto puramente cristiano. Lei sta lottando contro il cancro e lui si è messo al suo angolo, in maniera discreta. Sapeva bene con chi stava parlando: una esponente delle battaglie più osteggiate dalla Chiesa cattolica, quelle per il divorzio, l’aborto e, infine, l’eutanasia. Sapeva meglio: una donna in sofferenza. Non ha accennato a miracoli, preghiere, disegni della provvidenza, le ha detto soltanto di “tenere duro”. Non le ha offerto l’intervento divino, ma soltanto il proprio. E lei, dall’altra parte del filo, ha ascoltato, poi, da quel misto di passionaria e piazzista qual è, ha cercato di rifilargli una strategia sui migranti del Mediterraneo che le stanno a cuore più dei suoi polmoni che ha tanto bistrattato. Credo che Emma & Francesco (e mi scuso per l’utilizzo confidenziale dei nomi propri) costituiscano una strana coppia, straordinariamente fuori da questo tempo, due figure così antiche che solo una qualche forma di fede può indicare come modelli futuri. Ammiro Emma e ho letto, come tutti, di Papa Francesco. Notato alcune analogie e riscontrato più di un segno in questo incrocio. La Emma Bonino che anni fa andai ad ascoltare ad un congresso durante una specie di sabbatico (mai abbastanza breve) dalla politica italiana aveva qualcosa di francescano. Era appena tornata dall’Egitto, aveva abitato una casa disadorna in una zona poco seducente (niente Nilo e niente palme) e aveva dato ospitalità a chiunque la chiedesse. Aveva della sua attività una concezione missionaria: cercava di convertire popoli cresciuti nell’analfabetismo a quella specie di religione minore che è la democrazia. A questo scopo aveva organizzato questo congresso che pareva un sinodo in quel di Milano. Aveva recitato in arabo, come fosse una formula rituale, il messaggio di apertura, davanti ad un uditorio scettico che ne accoglieva la parola con lo sguardo di chi cataloga visionario un profeta. Ho votato radicale a diciotto anni e ho dissentito in seguito da molte delle sue convinzioni, specialmente sull’invasione dell’Iraq, che consideravo una sciagura. Ho sempre apprezzato la sua devozione quasi mistica e l’impegno spasmodico. A fine congresso annunciò la sua partenza per il Congo al fine di “far cambiare idea a quel testone di Kabila piccolo”, prendendo un volo Egypt Air perchè il fumo era consentito. Alle sue idee sacrificava ogni possedimento, si era venduta di tutto e la famiglia cercò di evitare che si intestasse la casa perchè non cedesse anche quella. Ho amato il suo essere estranea al proprio ambiente: candidata governatore di una coalizione che non la sosteneva, ministro di un governo che non la rappresentava. Elegante nella sconfitta, altrettanto nella dismissione. Sempre a opera di cafoni. Riscontro in Papa Francesco la stessa anomalia di posizione. Sta nella sua curia, ai suoi porporati e persino ai suoi pretini, come Emma a un banchetto di ex dorotei per le nozze della figlia di uno di loro con MimmoSetteCarogne. Perfino il parroco che mi è venuto a benedire casa, sedutosi a conversare con un’atea, dopo aver maledetto l’euro e la caduta delle Torri Gemelle (per ragioni economiche personali) ha criticato il pontefice con queste parole: “Lasciamo pure che questo parli alla pancia, poi verrà il tempo di ricominciare a parlare alla testa”.
Non credo citasse l’Ecclesiaste, e non mi pareva un assertore del dogma dell’infallibilità papale. E’ stato notato che Francesco piace ai non credenti e a chi ha una fede, come dire, “di pancia”. Chi ne fa una scelta di testa, lo attacca. Penso che, alla fine della telefonata, Emma gli abbia rivolto le sue stesse parole: “Santità, tenga duro”. C’è un bisogno disperato di far dialogare persone che la pensano diversamente, prima che il trionfo dell’intransigenza precluda ogni possibilità. Quando il filosofo Jean-Francois Revel si sedette in un rituale nepalese davanti al monaco buddista Matthieu Ricard, dal loro scambio di idee nacque un libro memorabile.

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Aiutava, certo, il fatto che i due fossero padre e figlio. Come aiuta che due persone si trovino accanto, nella stanza di un ospedale al termine del mondo, affratellati dall’esperienza del dolore, dalla consapevolezza della fine, divisi dalla prospettiva del dopo. La cosa che più colpisce è che non parlino di quello, ma di ciò che ancora si può fare, tendere una mano, aiutare uno sconosciuto, fare una foto di gruppo con chi sai già ti metterà le corna da dietro, “tenere duro”.

Credo nelle sconfitte, negli errori, nei difetti, nelle fragilità, nelle paure, nelle imperfezioni, nei rimpianti, nelle lacrime, nelle ferite, nelle cicatrici, nei silenzi, nei limiti, nei traumi, nelle rotture, nel bene. Credo negli altri, alle storie che non conosco, nascoste nelle autoaffermazioni, ai piedi che hanno percorso le strade prima di me, queste che oggi sono le mie strade che percorro ogni giorno, senza nemmeno pensarci. Credo in chi non ha ancora una strada, non credo in chi le strade le distrugge. Non credo agli eroi, alla perfezione, agli scontri, ma credo al sudore, alla fatica, alle conquiste, credo in chi lotta per i diritti degli altri, credo alle mani degli uomini che settant’anni fa in Italia firmavano perchè il voto fosse concesso alle donne. Credo alle lacrime del compagno di banco di Andrea che un giorno è entrato in classe e non lo ha trovato perchè Andrea si era stancato di essere chiamato “quello con i pantaloni rosa”, si era stancato di essere quello sbagliato, credo nel suo rimpianto per non averlo difeso abbastanza. Credo che, chi decide per la vita di una donna, colpevole solo di essere donna, non sia un essere umano. Credo in Lucia Annibali, nel suo coraggio di trovare un futuro dove qualcuno aveva provato a bruciarlo con l’acido. E se la forza nasce dal perdono, allora io credo nel perdono. Credo a chi tende le braccia per salvare ciò che rimane della vita dopo il male e se il futuro gli affida il bene e la libertà, allora io credo nel futuro. Credo solo nell’amore. L’amore ha vinto, vince e vincerà. Credo che tornando dal lavoro ci sia qualcuno che nonostante la giornata pesante sia lì, ad aspettarmi e sorridermi. Credo che un buon piatto di pasta o una passeggiata all’aperto possano rendere felici. Credo fermamente che, come i lupi, ci si possa davvero amare per tutta la vita. Credo che la felicità la si possa trovare anche in una carezza. Nelle piccole cose. Nei piccoli gesti. I più insensati ma i più belli. Credo solo negli esseri umani, in quelli che hanno il coraggio, il coraggio di essere umani.

Buon Natale,
J.

Potete seguirmi su Twitter @La Ju o su Facebook La Ju Franchina o leggere tutti i miei articoli su alegraaa.blogspot.it

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