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Strage di Bologna (2^parte)

Le indagini giudiziarie
 Nell’immediatezza dell’attentato la posizione ufficiale sia del Governo italiano (allora presieduto dal Senatore democristiano Francesco Cossiga) sia delle forze di polizia fu quella dell’attribuzione dello scoppio a cause fortuite, ovvero all’esplosione di una vecchia caldaia sita nel sotterraneo della stazione. Tuttavia, a seguito dei rilievi svolti e delle testimonianze raccolte sul posto, apparve chiara la natura dolosa dell’esplosione, rendendo palese una matrice terrorista. Ciò contribuì ad indirizzare le indagini nell’ambiente del terrorismo nero.
Molti anni dopo, ricordando l’ipotesi della caldaia, il magistrato Libero Mancuso ebbe a dire in un’intervista televisiva che i depistaggi erano già iniziati pochi minuti dopo la strage. Ciò fu particolarmente grave perché, essendo esclusa nelle prime ore l’ipotesi di un attentato, gli esecutori poterono dileguarsi indisturbati. L’Unità, nell’edizione del 3 agosto, basandosi su una presunta rivendicazione da parte dei NAR, sostenne l’idea della matrice neofascista dell’attentato. Ci furono da subito, infatti, alcune cosiddette rivendicazioni, da parte dei NAR, poi dalle Brigate Rosse, seguite da altrettante telefonate di smentita dei due gruppi terroristici, fatti che contribuirono al depistaggio. Già il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Roberto Fiore e Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Giuseppe Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, PierLuigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, GianLuigi Napoli, Fabio De Felice, Maurizio Neri. Vengono subito interrogati a Ferrara, Roma, Padova e Parma. Tutti saranno scarcerati nel 1981.
Fasi principali del processo:
•19 gennaio 1987: inizio del processo di primo grado;
•11 luglio 1988: sentenza di primo grado: i condannati per strage sono Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco;
•25 ottobre 1989: inizio del processo d’appello;
•18 luglio 1990: pronuncia della sentenza, gli imputati sono tutti assolti dall’accusa di strage;
•12 febbraio 1992: le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione dichiarano che il processo d’Appello dev’essere rifatto, in quanto la sentenza viene definita illogica, priva di coerenza, non ha valutato in termini corretti prove e indizi, non ha tenuto conto dei fatti che precedettero e seguirono l’evento, immotivata o scarsamente motivata, in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto;
•ottobre 1993: inizia il secondo processo d’appello;
•16 maggio 1994: pronuncia della sentenza che conferma l’impianto accusatorio del processo di primo grado;
•23 novembre 1995: pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione che conferma quella del secondo processo d’Appello.

I depistaggi
e la disinformazione
Vi furono svariati episodi di depistaggio, organizzati per far terminare le indagini, dei quali il più grave è quello ordito da parte di alcuni vertici dei servizi segreti del SISMI, tra i quali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (il primo era affiliato alla loggia P2 di Licio Gelli), che fecero porre in un treno a Bologna, da un sottufficiale dei carabinieri, una valigia piena di esplosivo, dello stesso tipo che fece esplodere la stazione, contenente oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, legati a Stefano Delle Chiaie.
Musumeci produsse anche un dossier fasullo, denominato “Terrore sui treni”, in cui riportava gli intenti stragisti dei due terroristi internazionali in relazione con altri esponenti dell’eversione neofascista, tutti legati allo spontaneismo armato, senza legami politici, quindi autori e allo stesso tempo mandanti della strage. La motivazione del depistaggio viene da taluni individuata nell’obiettivo di celare la strategia della tensione, oppure, secondo tesi minoritarie, nel proteggere Gheddafi e la Libia da possibili accuse, in quanto divenuti ormai partner commerciali importanti per FIAT ed ENI. Lo stesso giorno della strage, a Malta, si firmò l’accordo della Valletta, in cui l’Italia si impegnava a proteggere Malta da attacchi libici, come quelli che si sarebbero poi verificati in quella zona del Mediterraneo.
Testimonianze
L’incriminazione e la condanna dei tre esecutori neofascisti si basò principalmente sulla testimonianza del criminale comune Massimo Sparti e del militante di destra Luigi Vettore Presilio, entrambi ex simpatizzanti del gruppo terroristico di estrema destra Ordine Nuovo (Sparti fu vicino anche alla banda della Magliana, per la quale compì numerosi reati).
Vi furono poi collaboratori di giustizia che riportarono affermazioni - allusive alla strage - di Fioravanti e di Ciavardini, ad esempio quella in cui quest’ultimo consigliava ad un’amica di non prendere il treno il 2 agosto. La strage fu di proporzioni superiori a quelle forse volute dagli stessi neofascisti organizzatori: due poliziotti penitenziari asserirono di aver ascoltato una conversazione tra due neofascisti che affermavano che questo era quello che accadeva ad “affidarsi a dei ragazzini” (per la sentenza è un riferimento alla giovane età di Mambro, Fioravanti e soprattutto del diciassettenne Ciavardini).

Fine - Fonte Wikipedia

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