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Il libro

Quando arrivo all’appartamento la prima cosa che mi colpisce è il rumore. O meglio la sua totale assenza. Fuori il traffico, le urla, i mille suoni della città. Dentro neppure la minima vibrazione. I peli sulla nuca mi si rizzano, segno ormai inconscio di un pericolo imminente. Lei lo chiama il mio sesto senso da sbirro. Anni di esperienza mi hanno abituato a temere sempre il peggio in ogni situazione. Procedo piano. Sensi all’erta.
Il soggiorno è illuminato solo dalle luci al neon proveniente dalla strada. Tutto sembra in ordine. Non mi aspetto niente di diverso. Conosco Roberto da una vita e persino a scuola aveva i pastelli colorati in ordine su scala cromatica.
È questo che mi ha insospettito e mi ha fatto precipitare qui. Roberto non è venuto al nostro solito appuntamento. Ogni lunedì sera ci troviamo per passare una serata insieme. Qualche birra e una partita a D&D con gli altri. Da un po’ di tempo lo trovavo distratto e perso nei suoi ragionamenti. Mi aveva confidato di aver scovato in non so quale biblioteca dei tomi antichi e sinistri. Ha sempre avuto la passione di queste cose, lui. Adorava la figura del negromate solitario, immerso in studi proibiti. Anche nei giochi questo era il suo personaggio tipido, mentre io la sua controparte con la spada in pugno.
Passo accanto alla libreria per entrare in cucina. Anche qui l’ordine regna sovrano. Nonostante la scarsa illuminazione noto che nel ceppo dei coltelli un alloggio è vuoto. L’allerta diventa allarme rosso. Qualcosa è successo qui dentro. Qualcosa di brutto.
Esco dalla cucina e mi dirigo verso il corridoio. Nero budello perso nell’oscurità. Odore pungente, come di fiammifero usato. Zolfo?
Le porte sono tutte socchiuse. Due a sinistra e due a destra. Conosco la casa perfettamente, camera, bagno, ripostiglio, studio. Attendo un attimo, il tempo necessario perché gli occhi si abituino al buio, poi avanzo. Ho la pistola spianata, sono pronto a tutto.
Ad ogni porta sbircio all’interno, ma dai pochi particolari che riesco a cogliere anche qui tutto è in ordine. Al primo odore si unisce un secondo. Caldo esotico, legno di sandalo. Strano incenso dalle note dissonanti.
Mi avvicino all’ultima porta. Lo studio sembra illuminato da una piccola luce tremolante. Forse una candela. Davvero strano.
Cos’è stato? Mi è parso di sentire un rumore all’interno. Come di tessuto. Un leggero fruscio di un abito o di un bizzarro mantello. D’improvviso la luce si spegne con uno sfrigolio. Sento un altro suono, un leggero tonfo. Corro.
Con un calcio spalanco la porta ed entro. Buio. La fiammella della candela si è portata via ogni luce della casa. Sento un rivolo di sudore freddo corre dalla tempia. Il sangue mi martella nelle orecchie rendendomi quasi sordo. Il respiro è mozzo. L’aria della stanza è gelida. Avanzo piano, quasi a tentoni, riesco ad orientarmi solo grazie alla luce che generosi fari d’auto sconosciute perdono tra le fessure delle imposte.
Davanti a me Roberto è seduto alla scrivania. Mi dà la schiena. Ha sempre amato quella posizione, perché poteva così leggere i suoi amati libri servendosi della luce naturale. È più rilassante, dice. La stanza è interamente tappezzata di libri. È il suo rifugio dal mondo, dove poteva ritirarsi in dialogo con i suoi amati e defunti amici polverosi.
Un altro passo e sono più vicino. Alla luce raminga vedo il mio respiro condensarsi in bianche nuvolette di vapore. Non il suo. Un altro passo.
Allungo la mano sinistra verso la sua spalla destra. Pistola sempre in pugno. Tento di girarlo dalla mia parte, non si muove. Mi avvicino ancora, sono al suo fianco. Sulla scrivania il lampo faro mostra un candeliere, un piccolo bacile dal quale si innalza un filo di fumo aromatico e le mani di Roberto, che stringono un vecchio tomo muffoso e consunto dalle pagine bianche. Non ci sono scritti né figure. Non c’è niente. Chiudo gli occhi per un momento, prendo coraggio. Non è facile vedere un amico morto. Mi volto verso di lui. Lo vedo, vedo il suo volto. E fuggo. Corro come non ho mai fatto prima. Quando mi riprendo sono in auto. Tremo e sudo. Dio mio. Dio mio quella faccia! Stava urlando Roberto. Dalle labbra contorte stava urlando fuori l’anima dal terrore. Gli occhi bianchi erano spalancati su un misterioso vuoto. Cosa hai visto amico? Cosa è uscito da quel tuo terribile ultimo libro?
AGO

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