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TI AMO PIU’ DELL’UNIVERSO: CHE BELLISSIMA DICHIARAZIONE D’AMORE

Se mi chiedete qual è, secondo me, il mestiere più brutto del mondo, vi rispondo senza esitare che sono due: il marinaio di un sottomarino e l’astronauta. Perché io soffro di claustrofobia, cioè mi manca seriamente l’aria già in ascensore e faccio quasi fatica anche in auto con i finestrini chiusi, e insieme di agorafobia, cioè ho paura degli spazi troppo aperti. Quand’ero una ragazzina, e combattevo contro insidiosi attacchi di panico, sono arrivata a chiedere aiuto a sconosciuti signori per attraversare la strada, tanto mi tremavano le gambe davanti a dieci metri vuoti.
Mi riusciva piuttosto bene, devo riconoscerlo: i signori sulle prime pensavano senz’altro che fossi una drogata, poi forse rassicurati dall’aspetto civile mi davano il braccio, convinti che fossi in realtà solo una povera matta. A furia di attraversare così e di fare le scale al posto di usare l’ascensore, e di prendere l’aereo raccomandandomi a tutti i santi, fin qui sono arrivata e un po’ il panico l’ho superato. Ma a leggere la vicenda di Pietro Aliprandi mi è girata la testa e le mie rassicuranti gocce per sconfiggere gli attacchi d’ansia mi sono bastate a stento.
Dunque, Pietro ha 26 anni, è un medico di Trento e in tutta la sua giovane vita ha sognato di fare l’astronauta. Fin da bambino costruiva con il Lego navicelle, missili e diavolerie spaziali, quello era il suo mondo.
Ci arriverò, un giorno, si riprometteva. E ci è arrivato davvero. Chissà dove ha letto che c’era un certo olandese visionario, Bas Landsdorp per la cronaca, che stava preparando una strabiliante missione su Marte, battezzata Mars One. Un pazzesco viaggio tra le stelle, e i pianeti e non so cos’altro che avrebbe condotto quattro “fortunati” astronauti sul Pianeta Rosso, dove sarebbero sbarcati per colonizzarlo, dunque per viverci. Lì, su Marte, Landsdorp organizzerà un super-mega-reality show, per il quale secondo lui gli sponsor si accapiglieranno.
Pietro ha visto i suoi sogni diventare realtà: si è iscritto alle selezioni e fra 200 mila candidati di tutto il mondo è stato scelto proprio lui insieme con altri 99 sognatori coraggiosi. Evviva, l’emozione più grande di tutte, il cuore che salta in petto. Senonché quello stesso cuore si è imbattuto nella bella Elena, giovane ragazza dai capelli rossi della quale l’aspirante astronauta si è seriamente innamorato. Credo non abbia dormito molte notti, il dottor Pietro, dilaniato dal dilemma e, immagino, si sia disperato non poco.
D’improvviso doveva scegliere tra quello che era sempre stato l’unico amore della sua vita e quello che si era presentato come l’amore vero. Perché ho dimenticato di dirvi che la spedizione su Marte, della inverosimile durata di non so quanti anni, prevede per di più un biglietto di sola andata, significa che non si tornerà. Il viaggetto spaziale dovrebbe infatti costare qualcosa come 4.8 miliardi di euro e va bene che l’olandese è un visionario appassionato, ma due conti terrestri li sai fare. E così Pietro ha deciso: sposo Elena e arrivederci a Marte.
Caro dottor Pietro, io dico che hai fatto la scelta giusta, e anche la più bella dichiarazione d’amore che una donna possa aspettarsi. Dico anche però che hai rischiato l’amore per nulla, questo è il mio pensiero cinico: perché Mars One, la cui partenza è comunque prevista fra una decina d’anni, non si realizzerà mai. La vedo una gran bolla di sapone, e non sono la sola. Anche il Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston, l’ha bocciata. L’amore tra esseri umani è la più bella cosa e ha il potere grande di riportare, perfino te, con i piedi per terra.
Amici,
ho aspettato qualche giorno dall’uscita del nuovo lp di Tiziano Ferro per scrivere anche solo due righe di celebrazione di un sentimento molto spesso bistrattato: il sentimento da riconoscimento. Bisogna avere rispetto e gratitudine per certi eventi e non bisognerebbe mai dimenticarsi di questi due sentimenti. Meritano un po di commozione certi traguardi perché certe belle storie dovrebbero godere degli stessi privilegi della storia stessa. Misura, garbo, intelligenza, fantasia, umiltà, lealtà. Queste sono, secondo me, le qualità del mio Amico e Maestro Emanuele Dabbono. Dal 2008 ho scambiato con lui più di 1000 email immerse in una dimensione privata ed intimista, che definire magica non sarebbe sufficiente. Ho ricordi meravigliosi di certi periodi bui della mia vita che si accavallano a tanti pomeriggi splendidi in compagnia della sua musica in sottofondo e della scrittura. Lunghi messaggi nel cuore della notte e tanti altri sulla mia Moleskine, che lui stesso mi suggerì di usare per iniziare a scrivere.
Inconsapevolmente, abbiamo cominciato un viaggio durato otto anni e settimana scorsa siamo arrivati da qualche parte. E la cosa più bella, è che ognuno di noi è arrivato in un posto diverso dall’altro. Qui, in questo mio diario di bordo, non ho bisogno di rivolgere il mio grazie sconfinato a chi ho avuto al fianco in questi anni. L’ho fatto (quasi) quotidianamente scrivendogli delle mie follie, delle mie poesie, delle mie idee, delle mie storie, delle mie scoperte, delle mie vittorie e delle mie sconfitte, delle mie lacrime e delle mie piccole ma non trascurabili felicità, dei miei amori belli e meno belli, e di persona ogni volta che ci incontravamo e chi ha navigato con me durante questi anni sa bene quanto io sia riconoscente ad Emanuele e ai suoi preziosi consigli che mi hanno permesso di affinare il mio lavoro di scrittrice.  Spesso faticoso e non sempre facile, ma la maggior parte delle volte, stupendo. Qui, oggi, intendo dunque ringraziare uno dei miei più preziosi maestri. Il primo in assoluto, la mia luce guida. Che ha condiviso, “criticato”, apprezzato, ascoltato, affinato, letto tutte le mie storie. Ringrazio proprio te Emanuele, che mi hai scritto quello che mi hai scritto.  Che hai seguito, passo per passo, le mie evoluzioni e si, anche le mie involuzioni, i miei progetti, i miei errori, le mie idee, i miei “viaggi domenicali minimi” e sei rotolato spesso in quella domanda “ma quando ti decidi a scrivere un libro?” Lo faccio una volta per tutte, sperando che possa valere anche per le volte che, per scelta o imbarazzo, non ho risposto a chi me lo ha chiesto. A volte non l’ho fatto perché ho così paura che questa cosa possa distruggere il mio labile equilibrio, i miei margini di “sicurezza emotiva” tanto da preferire il silenzio o una risata a una risposta falsa. Con due brindisi festeggio Emanuele Dabbono e il “Mestiere della vita”:
-il primo è perché gli voglio bene e perché è una luce fondamentale della mia vita. L’ho scelto anni fa e ho fatto bene.
-il secondo è perché l’inizio di una storia così bella non può che avere in dote in futuro storie e canzoni nuove, altrettanto belle.
Il conforto, Valore assoluto, Lento/Veloce: cogliere la bellezza di questi pezzi è cogliere la bellezza della vita. Perché dentro a questi brani c’è la libertà che la musica dovrebbe avere sempre: di incrociare le vite e srotolarsi. Chi si prende la splendida responsabilità di scrivere si prende anche, con le parole, la fatica di dirle, la responsabilità di sceglierle, la “vergogna” di sbagliare, il dolore di non riuscire a dire bene ciò che si vorrebbe dire.  Ma se servirà a far riflettere, a confortare, a lenire, a far stare meglio, a ridere e a sorridere, allora sarà stata ancora più utile. Le canzoni si scrivono con gli occhi e più i nostri occhi scavano e guardano dentro di noi, più le canzoni saranno universali. Forse Il Mestiere della vita, così duro e così fragile insieme, sta tutto nella forza sua (e nostra), in questo matrimonio di cose estreme.  
Love,

Jù.

Jussin “Jù” Franchina. Narrastorie di luoghi desueti e abbandonati. Fabbricante di racconti e canzoni per sé e per altri. Odia i piccioni e la gente che urla. La potete seguire sulla sua pagina Facebook @IoLaJu.

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