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Ryan konnen sie mir helfen? Ryan puoi aiutarmi? (8^ parte)

Una volta davanti al mio sguardo riconobbi in lui, il soldato che mi voleva sparare in casa mia; mantenendo la calma, cominciai a dire:-Salve, io sono Eva Haller e lui è mio fratello Lüdeke; purtroppo da pochi giorni nostra madre ci ha lasciati e il vostro nome Ser comandante è l’unica carta che ci ha lasciato da giocare- Lüdeke diede un’occhiata al comandante:-John Hamman-. Il comandante porse a Lüdeke un sorriso. “Lüdeke sei il bambino più fantastico di tutto il mondo! Sei veramente in gamba”. Come poteva sapere il nome del comandante poco mi importava. Lo sapeva, lo pronunciò e basta; conquistando così, in poco tempo, la simpatia del comandante.:- Io fino a pochi giorni fa lavoravo in Italia e quindi non so parlare correttamente il tedesco, ma sono qui per chiederle un posto di lavoro...-. Il comandante si alzò in piedi ed io smisi subito di parlare:-Ho capito perfettamente cosa desidera Eva. Capisco sufficientemente l’italiano e come vedi so anche parlarlo-. Mi si avvicinò e mi guardò intensamente negli occhi, i suoi occhi non esprimevano nulla se non un’immensa crudeltà. “Non devo abbassare lo sguardo davanti ai nazisti, non devo farlo. Comandante John la supplico, la smetta di fissarmi”. Il comandante smise di guardarmi ed io feci un respiro profondo il mio viso doveva essere diventato paonazzo perché mi sentivo bollire. John fece di me una SS e mio fratello avrebbe fatto un normale ospite. “Io una SS? Che cosa ha letto John nei miei occhi? O peggio, i miei occhi sono ancora in grado di esprimere qualcosa?”. Quando uscimmo dallo studio Lüdeke mi rimproverò:-Ho visto il tuo sguardo quando il comandante ti ha assegnato il compito di fare la SS! Ariana sorella Eva, devi fare l’ariana!-. Io gli dissi:-Lüdeke non devo più comportarmi come una semplice cittadina tedesca, ma come un’assassina!-. Il comandante mi fece fare un’ispezione del campo: inutile dire che fu una cosa orribile! Mi spiegò tutto con un italiano un po’ confuso, ma che io cercai di capire allo stesso, poiché quel volto l’ebbi già visto una brutta mattina di novembre e da quel giorno pregai di non vederlo mai più. Mi disse:-I nemici oggettivi sono i prigionieri politici che indossano un simbolo rosso; zingari fucsia; delinquenti comuni verde; asociali nero; omosessuali arancio; apolidi azzurro; testimoni di Geova viola; infine ci sono gli Ebrei che indossano la stella di Davide-. Poi aggiunse:-Questo è il campo maschile, le donne di prima vengono dal campo qui accanto che è quello femminile, spesso vengono trasferite di qua per la selezione e il tragitto alla camera a gas; nel campo maschile è tutto suddiviso per i vari nemici della patria, ma i veri nemici da distruggere saranno soprattutto gli Ebrei-. Annuii senza entusiasmo, però ebbi il consenso dal comandante di gironzolare nel campo da sola. Mentre passeggiavo per il campo notai una stanza vuota, un cartello attaccato alla porta vietava l’ingresso ai non addetti, solo le SS potevano entrare. Così afferrai la maniglia, la abbassai, ma la porta della stanza era chiusa a chiave. La cercai dappertutto, ma non riuscivo a trovarla; ero triste, io volevo scoprire cosa c’era in quella stanza. Così non mi arresi e ricominciai a cercare la chiave, alla fine con mia grande gioia la trovai nascosta dietro un pezzo di legno. La infilai nella serratura e… Orrore con la O maiuscola! Vi  erano siringhe, vasche, esplosivi; in quel momento capii tutto: i deportati che non venivano scelti per essere mandati nelle camere a gas morivano per gli esperimenti medici che comprendevano l’esposizione a esplosivi ad alto potenziale, tecniche sperimentali di congelamento e inoculazione di virus infettivi. L’unica cosa che riuscii a dire o che nemmeno ebbi la forza di dire, ma che sicuramente pensai fu “che tutti i nazisti siano maledetti!”. Una SS si stava dirigendo verso il laboratorio degli esperimenti con un prigioniero. Era vecchio e indifeso, aveva gli occhi atterriti. Stavo per uscire quando mi si presentò davanti John:-Questo è un esperimento medico. Una specie di morbo di Pakiston molto potente!- e mi invitò ad osservare, altri SS entrarono in quella stanza, legarono il prigioniero al letto e introdussero i virus del morbo di Pakiston nel suo corpo. L’uomo cominciò a tremare e a gemere. Furono cinque minuti orribili, poi lo uccisero con un colpo di pistola alla fronte. “Perché John mi costrinse ad assistere a una simile scena?”. Il comandante vedendomi preoccupata mi disse:-È  la prima volta che vedi un uomo morire?-, lo guardai e negai con la testa; gli dissi:-No, altri ho visto morire prima di quell’uomo!-. Non in modo così violento. Uscii da quel posto orribile e raggiunsi Lüdeke, lo guardai con occhi atterriti e scossi la testa in modo da dire: è orribile qui. Il comandante mi venne vicino e mi disse quasi divertito:-È meraviglioso, siamo i padroni del mondo!-. “Che bel mondo!” pensai.

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