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Il paese dei ritardi

L’Italia, nelle classifiche mondiali, sembra essere il Paese dei ritardi. E, se vogliamo essere del tutto onesti, si tratta di una rappresentazione abbastanza veritiera. Ritardano i nostri treni, mentre il tempo di studenti e lavoratori scorre via, in stazioni sempre più inadeguate e con mezzi sempre più vecchi (e inquinanti).
Ritardano i nostri investimenti in banda larga, mentre il mondo digitale galoppa ad un ritmo inarrivabile e le opportunità per le aziende non vengono colte al volo, semplicemente perché non ci sono adeguate professionalità e infrastrutture digitali. Ritardano i tempi dei nostri procedimenti civili e penali, che diventano un fardello insostenibile per gli innocenti, ma soprattutto per le famiglie di chi vorrebbe solo un po’ di giustizia. Ritardano i tempi nella sanità, mentre si perde tempo sia in attesa che ad incolpare chi di colpe non ne ha, soprattutto nel pronto soccorso. Ritardano le costruzioni di infrastrutture, che spesso ci obbligano a rimanere in condizioni insostenibili e paradossali.
Ritardano le innovazioni, mentre i fondi da destinare alla ricerca sono sempre meno e noi pretendiamo sempre di più. Ritarda la transizione verso una società a basse emissioni di carbonio, mentre il mondo, lentamente ma inesorabilmente, si riscalda e stravolge gli equilibri climatici. Ritardano le leggi, soprattutto se non creano sufficiente consenso per chi le emana. Ritarda l’applicazione di queste per gli stessi motivi. Ritardano i rimborsi da parte dello Stato, che, invece, vuole tutto e subito (altrimenti, interessi e sanzioni!). Ritardano i pagamenti da parte della pubblica amministrazione, mentre ci stupiamo dell’incredibile numero di aziende che abbiamo perso in questi anni. Ritarda l’arrivo della legge elettorale, per un motivo molto semplice: non sono solo i voti ricevuti a farti vincere, sono le regole stesse. Ritarda la revisione della spesa pubblica, perché nessuno vuole perdere voti. Ritarda la legge sull’eutanasia, perché gli ipocriti non finiscono mai; che ciascuno sia lasciato libero di decidere come meglio crede e secondo la propria coscienza, non quella degli altri. Ritarda la legge sulla concorrenza, perché le rendite di alcuni sono più importanti delle libertà di tutti (se portano voti). Ritarda l’eliminazione dell’odiato canone RAI perché, in tal caso, si chiederebbe ad un’azienda (la RAI) di agire con efficienza ed efficacia. Ritarda la liquidazione di partecipate pubbliche in cui vi sono più amministratori che dipendenti perché i “silurati” delle elezioni non avrebbero più un porto sicuro in cui approdare.
Perché siamo il Paese dei ritardi? Perché invece di chiedere standard più alti a chi detiene il potere legislativo, perdiamo tempo ad incolpare chi ha il solo compito di attuare quelle stupide regole? Siamo dei creduloni che pendono dalle labbra del primo incantatore che ci promette qualsiasi cosa e senza sforzo? Abbiamo mai ottenuto qualcosa senza determinazione e dedizione? Crediamo più alla fortuna che all’impegno? Crediamo più ai furbetti (che non tacciono mai) che ai lavoratori silenziosi? Crediamo che dare la colpa agli altri (l’euro, l’Europa, la Germania, i poteri forti, eccetera) ci assolva dalle nostre responsabilità? Potremmo iniziare anche, semplicemente, andando a votare consapevolmente. E andandoci tutti, perché non votare significa unicamente lasciar decidere qualcun altro e questo non è un alibi. Abbiamo schede elettorali grandi come manifesti: ci deve essere un partito che proponga un programma veritiero, attuabile e che ci rispecchi. Basta cercarlo. Alziamo l’asticella degli standard, chiediamo di più, non accontentiamoci del meno peggio.
Paola

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