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Autismo: il Mostro del Silenzio La Pescatrice di Voci (Settima parte) Autrice: Daniela Vanillo

Una storia sussurrata
a piccoli passi.
La scuola voleva che trovassi uno specialista che attraverso sedute mirate di psicoterapia la sbloccasse. Le insistenze e le pressioni scolastiche sarebbero state soddisfatte solo con il certificato di uno specialista di una struttura pubblica. Verso la seconda elementare le pressioni da parte degli insegnanti e della direzione si fanno più insistenti ed allora contatto la neuropsichiatria infantile di riferimento dove mi rispondono inaspettatamente che la bambina è troppo grande. Interviene la scuola con il mio permesso e riesco ad avere un appuntamento impossibile ma dopo mesi... per incontrare il medico supponente ed impreparato già citato in questa storia quello dei quaranta milioni e del suo amico psicoterapeuta privato. Infatti l’ospedale non prevedeva sedute di psicoterapia a carico del servizio sanitario.
L’ospedale non prevedeva sedute di psicoterapia a carico del servizio sanitario
Nessun Aiuto! Solo la compagnia dello specialista incompetente e supponente che non sapeva che pesce pigliare se non una nuova specie chiamata “portafoglio”.
Miriadi di domande alle quali ho risposto ripetutamente e monotonamente. C
onsiglio di partire da casa con l’anamnesi familiare della propria famiglia e della propria vita. Se te la cavi a disegnare porta anche un bell’albero genealogico familiare con la descrizione delle varie malattie tue sue e dei tuoi avi, così risparmi energia e tempo.
È un metodo per non abbattersi nel ripercorrere i propri disagi all’infinito. In quel momento non sapevo come liberarmi dello specialista ma barando, gli diedi l’impressione che avrei contattato, il collega.  Invece feci più di quaranta passi ed una corsa per non farmi più vedere.
Rimaneva il problema della scuola che voleva il certificato ed allora la telefonata in Belgio ed il mio arrivo al centro diagnostico.
PARTE TERZA
DIAGNOSI E SOSPETTI
Il mio arrivo
al centro diagnostico
Ho telefonato all’Istituto ed è stato difficile parlare subito con qualcuno. Alla fine ho parlato con una assistente sociale che prendeva gli appuntamenti.
Mi chiamano dopo sei mesi per una prima visita. Nel colloquio telefonico ricordo che mi chiesero se fosse proprio il caso di prendere un appuntamento; infatti di solito è uno specialista che, rilevando il sospetto del disturbo, indirizza il paziente verso la struttura. Io mi proponevo da sola con la mia idea. Inoltre la lista degli appuntamenti è lunga ed i pazienti gravi in lista d’attesa, sono molti. Ma dove lo trovavo “l’intelligentone” l’esperto, che mi avrebbe dovuto indirizzare da loro se, gli specialisti incontrati insistevano con anamnesi e psicoterapie mirate. Difficile per alcuni di loro arrivare a scrivere su un pezzo di carta, la diagnosi che avrebbe dovuto recitare: “sospetto di Autismo infantile”. Lo specialista mentre scrive la diagnosi sa, di aver perso il cliente! Uno psicologo mi aveva confidato che quando trovi un paziente disposto ad entrare in terapia, non te lo lasci scappare. Sono rari i clienti, inoltre ti pagano il mutuo della casa, la rata dell’auto o la retta scolastica dei figli e quindi tiri avanti, il più a lungo possibile fino al limite quando, costretto dalla percepita e precipitosa partenza del paziente, sei costretto a rilasciare la tanta anelata diagnosi. Inoltre, ma questo mi è stato riferito durante i colloqui avuti con la specialista dell’Istituto, se avessi sottoposto Maria a sedute di psicoterapia l’avrei rovinata.
L’avrei rovinata
il giorno dell’appuntamento mi reco all’accettazione ed entro con la bambina dalla dottoressa. Maria non la guarda neppure ed entra nella stanza come se la dottoressa non ci fosse, e forse per lei non c’è davvero. Solita anamnesi poi la richiesta di aspettare fuori per verificare il gioco simbolico senza la presenza della mamma. Attendo fuori dalla stanza seduta in corridoio. Vicino alla porta della dottoressa altre persone aspettano.Tanti bambini, tanti casi, tante storie. Nell’attesa riesco ad immaginarle. Sento la fatica delle loro vite e delle loro famiglie. Incontri di sguardi sfuggevoli, a tratti complici a tratti imbarazzati. Ora immagino di essere dentro la stanza: “La solita casetta, la solita bambola, le solite torri con i cubi,va sempre così”. Si apre la porta e la dottoressa mi fa il cenno di entrare; infatti mi elenca i giochi simbolici somministrati alla bimba che coincidono con quelli immaginati. Ora in mia presenza è il momento di vedere come la bambina reagisce davanti ad una porta chiusa. Come se la caverà? Tornerà indietro? cercherà di aprirla da sola o cercherà di spingere la mamma, prendendole la mano per aprirla? Quest’ultima è la risposta esatta ed è ciò che fa Maria. La dottoressa mi disse che mi avrebbe fatto saperecomunque, il sospetto era fondato.
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