NewEntry.eu - Autismo: il Mostro del Silenzio - La Pescatrice di Voci (Nona parte) - Autrice: Daniela Vanillo
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Autismo: il Mostro del Silenzio - La Pescatrice di Voci (Nona parte) - Autrice: Daniela Vanillo

Una storia sussurrata
a piccoli passi.

Maria frequenta la scuola elementare ed io cerco sempre di capire come darle le istruzioni d’uso più adatte al suo stato di vita. Quando intuisco che non è nel suo “scampolo d’assenza” che non si trova nel posto dove non mi sente, cerco il vantaggio, l’attimo e se mi pone delle domande, ci metto molta attenzione anche se la domanda è incomprensibile o richiede del tempo per la spiegazione.
Maria domanda:
– Mamma, ma se qualcuno mi manda “a quel paese” io ci devo andare? Ma, tutti vanno a quel paese? Lasciano tutto e vanno? Ma prima qualcuno gli spiega dove si trova e perché ci devono andare? E ancora, quanto tempo ci si impiega per arrivarci?
Io le rispondo che no, non tutti “vanno a quel paese” ma ce li manderei io. Tanti di quelli che ho incontrato quelli che si sono avvicinati impreparati e superficiali. Ho spiegato che sono frasi che si dicono per sottintendere qualcosa di diverso sono modi di dire che non hanno il significato delle parole che sente.

Lei prende tutto alla lettera e questa spiegazione vale solo per questa frase fino alla prossima frase allegorica. Insomma nella frase “fa un freddo cane”, lei non capisce perché il cane abbia freddo dato che è dotato di pelliccia! Inoltre perché l’uomo dovrebbe aver freddo come un cane? E non ultimo: “Chi ha detto a chi, che il cane ha freddo!” Inoltre a noi cosa interessa se il cane ha freddo! Ma perché gli altri si interessano al freddo del cane!

Nel corso degli anni ogni doppio senso le è stato spiegato e lei mi ha sempre fatto capire che noi siamo complicati! È di certo più facile dire come stanno le cose senza giri di parole. Più avanti, le ho fatto l’esempio del modo di parlare di alcuni politici, e del loro modo incomprensibile di comunicare!

Le spiego che il doppio senso è utilizzato da chi non vuole dire quello che dovrebbe o vorrebbe dire e lo usa anche chi dice una cosa, ma poi spiega che non intendeva dire quella cosa in quel senso, ma di certo voleva dirne un’altra. Le allegorie e i doppi sensi la fanno ridere e divertita ne cerca sempre di nuovi. Il suo divertimento è un mezzo, un argomento per mettersi in contatto con me ma se percepisce che non mi diverto almeno quanto lei inizia il ritiro, accompagnato dalla delusione.

Ogni tanto ci provavo, tentavo di porle la domanda sul perché non voleva relazionarsi. All’età di dieci anni mi risponde così:

– Mamma, sento dentro di me la tua ansia che mi porta a respirare in un modo strano. Devo rincorrere il respiro quando mi sento così. Stai tranquilla io sono felice. Siamo tutti come frutti alcuni interi, alcuni spezzati. Io sono intera sono completa, non mendico alla ricerca dell’altra parte di me. Non sono stata spezzata dalla nascita. Per come agite nella vita voi sì! Lo siete! Io invece non sento i bisogni, i desideri di qualcosa o di qualcuno e non ho aspettative. Siete voi gli spezzati come delle mele tagliate in due. Il mondo spreca la vita nella ricerca di parti di mele che per lo più non coincidono con la metà di colui che le ricerca. A volte pensate di aver trovato la parte spezzata, vi fermate felici e vi illudete. Ma è solo una ubriacatura effimera, un momentaneo adattamento fatto poi di strappi e delusioni future. Per me né amici, né compagni, né mariti, né figli!”

I problemi alle scuole medie sono iniziati. Con gli insegnanti non ci si capisce, le certificazioni non finiscono mai le spiegazioni e le delucidazioni non sono esaustive. I certificati scadono come prodotti alimentari e corriamo a destra e a sinistra per tre anni. Per il triennio ho scelto ancora una scuola privata che pare ben frequentata, così pensavo. È un ex collegio restaurato di stampo cattolico. Penso che per orientamento abbiano un certo tipo di sensibilità verso le persone come mia figlia. L’insegnante piace a Maria.

Un giorno sono estremamente in ritardo, non lo sono mai. Come dicevo sono in ritardo e quindi Maria mi aspetta in segreteria, così erano gli accordi in caso di ritardo. Purtroppo al mio arrivo, non c’è.

Il territorio della scuola è vasto ed io inizio a correre. Su per la scalinata fino alle classi, giù nel refettorio percorrendo il sotterraneo e ancora su per le scale in giardino in palestra ed ancora in cortile. Sono angosciata e sfinita. Torno in segreteria e chiedo se l’hanno vista, ma niente. Allarmati mi aiutano a cercarla. L’hanno portata via? Lei non si oppone, non sa difendersi.
Disperata penso al peggio quando da lontano e con il respiro affannato vedo una scarpa, la riconosco è la sua. Corro e con gli occhi cerco il suo viso. Mi avvicino chiamandola. La scarpa giace abbandonata vicino al fondo scala. Vedo il piede senza scarpa apparire dalla parte più estrema e nascosta dello scalone. È sicuramente scivolata dalla scala penso e nessuno se ne è accorto. L’insegnante è andata via e non l’ha accompagnata in segreteria. Non succederà più. Maria mi guarda e allunga le braccia verso di me, io mi chino e l’abbraccio forte forte.
Poi guardo dove si può essere fatta male e mi accorgo che il suo ginocchio è sanguinante, capisco sollevata nel cuore che è andata bene. Le chiedo se ha dolore in qualche parte del corpo. Mi abbraccia. La sollevo prendendola in braccio. In direzione andrò il giorno dopo, nel frattempo vado dal medico.
Maria racconta:
– Ho sentito dire che sono un “bradipo” l’animale più lento del mondo così mi chiamano gli studenti della scuola per la mia lentezza. Sono i ragazzi più grandi che mi chiamano bradipo, così mi hanno spinta. Volevano vedere quanto ci mettesse un bradipo, a scendere le scale volando. In cima ero l’ultima della fila e nessuno li poteva vedere.
Il giorno dopo furiosa vado in direzione e mi chiedono di fare poca pubblicità. Pubblicità o no, devo capire cosa è successo!
La scuola farà le sue indagini silenziose. Mi calmano assicurandomi che mia figlia sarà protetta ed i colpevoli se esistono saranno puniti. Io non mi rassegno, le loro parole non sono per nulla convincenti e decido di attuare una strategia tutta mia. Parto con delle indagini basate sulle differenze intervenute dopo l’accaduto.
Il giorno dopo vado a prenderla.
Mi avvicino lentamente alla scuola un po’ prima che suoni la campanella. Osservo mia figlia e le persone che le sono attorno al momento dell’uscita. Sono le quattro e tutti i genitori sono accalcati sulla gradinata ad aspettare il suono della campanella. Io aspetto i colpevoli, sono testarda e so che fra i tanti che escono c’è il persecutore di Maria. Guardo soprattutto chi la guarda e i suoi movimenti; infatti, quando lei esce lo fa con sospetto guardandosi attorno come lo può fare lei, ma ora lo fa in un modo diverso, come se avesse paura. Vedo poco più in là tre ragazzini che parlano girandosi verso di noi. Individuati! Loro ed anche i loro genitori. Sottovoce avviso Maria dicendole di non aver paura che ora sapevo chi erano quelli che l’avevano spinta e che avrei sistemato tutto.
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