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CARA SANTA LUCIA

Cara Santa Lucia.
Sono passati tanti anni, forse troppi.
Ricordo bene quando, ancora bimbo sognante, con la scrittura incerta di quell’età, investivo tempo e dedizione a scriverti per assicurare te di quanto fossi stato bravo lungo l’anno e per assicurare a me stesso di ricevere i regali che tanto desideravo. Ricordo, però, bene anche quando, con il passare del tempo, ho pian piano smesso di scriverti, di pensarti, di sperarti, trasformandomi, giorno per giorno, in quell’adulto che mai nessuno vorrebbe diventare e che, invece, ahinoi, tutti diventiamo; quell’adulto che in “Polar Express” risulta incapace di sentire il suono della campanella di Natale, incapace di vivere sulla sua pelle la magia tipica di questo periodo invernale. Ci affanniamo tutti – io per primo – ad addobbare, illuminare, abbellire; ci preoccupiamo di quanto i bimbi possano essere felici; ci procuriamo di svegliare quella parte di noi che, almeno una volta l’anno, sa essere “buona” (senza poi sapere esattamente cosa significhi davvero); ci proponiamo di migliorare sempre più, rimandando al nuovo anno quel che non abbiamo saputo fare nell’anno che si sta concludendo.
Ci affanniamo, insomma, a rendere un qualcosa di speciale ogni anno, senza sapere se ci si riesce davvero. Per questo, carissima Santa, ho deciso di tornare a scriverti, oggi, all’alba dei miei 31 anni, come fossi un bimbo sognante: per provare, almeno quest’anno, a non dimenticare te e quella speranza di gioia e bellezza che tu stessa rappresenti. Prima di iniziare a scrivere, appunto come quando ero bambino, ho domandato a me stesso “Sei stato buono quest’anno?” Ho sperato tanto che la risposta fosse positiva per poter, come anni fa, passare con disinvoltura alle richieste da esaudire, ai desideri da esprimere. Mi sono, però, reso conto di quanto la risposta non fosse così immediata come lo poteva essere allora (è forse anche questo il motivo per cui da adulti smettiamo di scriverti?!?).
Ci guardiamo attorno ogni giorno, in un’epoca di profondo sconforto e incertezza, per scoprire, come ogni anno, che ci sono ancora troppe ingiustizie, troppo dolore, troppe indifferenze.
Non sono – tranquilla – a chiederti “un’utopistica pace nel mondo”, ma non posso – permettimelo – nemmeno voltarmi dall’altra parte.
Approfitto, quindi, di questa lettera a te, amica mia, per riflettere e per dire a me stesso e a chi mi circonda che, forse, no, non sono stato abbastanza buono – o meglio – non lo siamo stati noi tutti, come umanità, come comunità di anime e persone. Avremmo dovuto, potuto fare di più? Non sta a me dirlo. Ma sta a me, a tutti noi, chiedertelo e chiedercelo.
Allora, forse, si illumina qui il mio pensiero e il mio desiderio da esaudire per quest’anno: il mio, spero il nostro, auspicio di una maggiore consapevolezza di un collettivo noi, prima ancora di un singolo io; di un migliore vivere comune, prima ancora di un buon vivere personale.
Sarebbe ipocrita dirti che non vorrei regali e cioccolatini per me e per le persone che amo; ancor più ipocrita sarebbe dire che non vorrei “una Santa Lucia” piena di balocchi e dolci per ogni bimbo (e anche per ogni adulto) nel mondo, ma non è questo l’importante. A poco serve, credo, fare, a questo punto e a questa età, un elenco di desideri o richieste: so che non sarebbero esaudite, almeno non tutte e, ancor peggio, non per tutti. E non lo dico, carissima amica, perché non credo in te, anzi, al contrario. Lo dico perché credo tanto in te al punto di rendermi conto, ancor più con questa lettera, che tu non sei tu, nell’astrazione di un personaggio immaginario, ma tu sei tu nella concretezza di noi stessi che ogni anno dimentichiamo di scriverti e che non riusciamo più nemmeno ad esaudire il nostro stesso desiderio per un mondo migliore per tutti.
Cambio, dunque, interlocutore sul finale di questa lettera e a tutti noi Uomini chiedo, invoco, una rinnovata e radicata speranza. Solo allora, forse, torneremo capaci di scrivere “siamo stati buoni quest’anno”.
Con sincero affetto
Giorgio

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