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Perchè esiste tanta insoddisfazione?

Nella nostra vita incontriamo spesso persone che sembrano avere tutto per essere serene, tranquille e contente eppure, se le ascoltiamo anche per poco tempo, vediamo che si crucciano, si arrabbiano per niente, vorrebbero qualcosa che a loro manca e che non raggiungono mai. Hanno salute e si lamentano di avere preoccupazioni, hanno soldi e si lamentano della loro solitudine, hanno tempo e si annoiano, hanno lavoro e si lamentano degli altri che non li apprezzano, hanno famiglia e si lamentano perché bisogna “sacrificarsi”, hanno raggiunto dei traguardi e sono insoddisfatti. Ciò si verifica ad ogni livello: dall’ingegnere all’apprendista. Gli uomini sembrano spesso bambini che vogliono giocattoli e una volta ottenuti non se ne interessano più per aspirare ad averne altri nei quali credono di trovare l’appagamento sognato. 

 

Tale situazione è frequente in individui cosiddetti “normali”, pensiamo a quello che accade con persone nevrotiche e depresse già per loro natura: la differenza è che oltre a vivere male loro, fanno vivere peggio tutti quelli che si aggirano all’ombra della loro nube nera. Perché esiste tanta insoddisfazione?

Perché le famiglie non hanno quella serenità che è la base di una sufficiente felicità?

L’uomo non ha più autostima, non è valorizzato e quindi non vive più positivamente ed inoltre fino a che crederà di avere diritto a tutto, sarà sempre pronto ad essere infelice cercando di risolvere il disagio che sente con surrogati; sbagliando direzione cercherà fuori di sé il completamento: nell’appoggio e nella dipendenza, nell’affermazione di sé e nella prepotenza, nel piacere e nell’accumulare. La persona sta male perché non vive bene se stessa, non è contenta di sé. 

“Chi si contenta gode…” si usa dire solitamente e questa è una delle affermazioni più veritiere se intesa non nell’accontentarsi come abolizione di mete, di cessazione di sforzo e di crescita ma precisamente l’inverso, nel senso di essere contento di sé come base esistenziale, nel meravigliarsi di esistere, nell’apprezzare il fatto di avere la capacità di vedere, sentire, capire, conoscere, creare. 

Per vivere queste dimensioni non occorrono lauree o titoli onorevoli: basta essere trasparenti con noi stessi, con la realtà che ci circonda e vivere intensamente ogni attimo della nostra vita (anche perché non torna più indietro). 

Sono convinto che, o si recupereranno i valori del rispetto a tutto ciò che esiste, della riconoscenza verso coloro che ci aiutano a migliorarci, della gratitudine e della fedeltà, oppure l’umanità si costruirà una buona ulteriore dose di mali, di inciviltà, di disagi, ai quali invano si cercherà di rimediare con le analisi psicologiche.

Gianluca Boffetti

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